lunedì 23 febbraio 2026

NANCO PRESENTA "IVA E' PARTITA"... Da un lato, IVA è una donna reale.... Dall’altro, IVA è la partita IVA stessa, simbolo della condizione economica, del peso fiscale e della solitudine del lavoro autonomo Artista: Nanco “Iva è partita” NANCO Iva è partita 2026 Iva è partita, è partita Iva, mi ha preso tutto, la speranza e la vita. INTRO AL BRANO “Iva è partita” costruisce il proprio racconto su un doppio significato che attraversa l’intera canzone e trova nel videoclip la sua forma visiva. Da un lato, IVA è una donna reale: una presenza affettiva, fragile e conflittuale, legata sentimentalmente a un giovane imprenditore. Dall’altro, IVA è la partita IVA stessa, simbolo della condizione economica, del peso fiscale e della solitudine del lavoro autonomo. Il titolo diventa così una frattura di senso: “Iva è partita” è insieme l’abbandono della donna amata e il logoramento silenzioso di una vita imprenditoriale schiacciata dalle responsabilità. Amore e sistema economico si sovrappongono fino a diventare indistinguibili.… Testo Io ti seguivo, a tratti veloci su tutte quelle voci, tutte quelle bugie. Non c’era niente di vero, non era vero niente. Mi ravvedevo e per poco abboccavo, ipotizzavo, se pure fosse, quanto ti piace parlarmi di promesse. Avvisi atroci a forma di croci, condoni feroci di tutti gli ammanchi. E mi perdevo a tutti gli incroci, tutte quelle voci, tutte quelle bugie. Non era vero niente. Iva è partita, è partita Iva, mi ha preso tutto, la speranza e la vita. Poi m’è sembrato — ed io non ti pago, correggimi pure se sbaglio — hai preso i sogni dal cassetto e li hai messi nel bagaglio. E mi perdevo a tutti gli incroci, tutte quelle voci, tutte quelle bugie. Non era vero niente. C’è lo studio di settore che quantifica l’amore, nonostante il ragioniere, nonostante il tuo dottore. Iva è partita, è partita Iva, mi ha preso tutto, la speranza e la vita. BIOGRAFIA Nino Di Crescenzo, in arte Nanco, nasce a Teramo il 15 marzo 1975. Dopo l’esordio nel 1994 al Festival di Castrocaro, interrompe il percorso musicale per poi riprenderlo nel 2013 adottando lo pseudonimo Nanco e scrivendo il brano Amsterdam, finalista al Cantagiro 2014 e vincitore del Premio Speciale della Giuria per l’originalità del testo al Premio Alex Baroni 2015. Nel 2016 pubblica il primo album, Acerrimo, con la partecipazione di Goran Kuzminac in due brani. Il disco viene candidato tra le dieci migliori opere prime al Premio Tenco 2016, mentre il brano omonimo entra nei titoli di coda del film Timballo, con Maria Grazia Cucinotta e Ivan Franek. Nello stesso anno Carolina e la pioggia è semifinalista al Premio Pierangelo Bertoli. Nel 2017 esegue Ti invito in Abruzzo su Rete4 nel format Pianeta Moda e raggiunge la finale del Premio De André, condividendo negli anni il palco con artisti e personalità della scena nazionale e aprendo concerti di Francesco De Gregori, Filippo Graziani e altri protagonisti della musica italiana. Nel 2019 pubblica il singolo Dentro, prodotto con Giorgio Ciccarelli (Afterhours, CSI), seguito nel 2020 da Marsinell, dedicato all’emigrazione abruzzese in Belgio, con arrangiamenti del maestro Enrico Melozzi. Dalle successive collaborazioni con Melozzi e Paolo Giovenchi nascono nuovi brani ancora inediti. Con “IVA è partita”, Nanco inaugura una nuova fase del proprio percorso: un ritorno al cantautorato che unisce dimensione intima e racconto sociale, dando voce alle fragilità e alle contraddizioni del presente.

sabato 10 gennaio 2026

 

FUORICENTRO presentano AMANDA LEAR –

GUARDA IL VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=zEy2CkEg0NU&list=RDzEy2CkEg0NU&start_radio=1

 

INTRO AL  VIDEO

Con questo progetto abbiamo voluto rendere omaggio a una artista straordinaria e figura simbolo di un’epoca caratterizzata da innovazione, eleganza e audacia creativa. La sua presenza scenica e la sua capacità di reinventarsi nel tempo rappresentano un punto di riferimento per intere generazioni. Richiamare la sua immagine significa evocare un periodo storico, quello della Milano da bere, in cui l’Italia e l’Europa guardavano al domani con ottimismo, stupore e una forte spinta verso la modernità.

Insomma erano anni di sogni condivisi, fiducia collettiva e un fermento culturale che sembrava inarrestabile. Su questo sfondo si innesta il racconto del video, costruito come un viaggio simbolico tra passato e presente. Il filo conduttore è un televisore d’epoca sintonizzato sull’immaginaria “TV FUTURE”, un canale che idealmente trasmette frammenti del futuro già dagli anni ’80. Attraverso questo espediente narrativo, l’Amanda Lear interpretata dall’attrice Tiziana Ferlazzo osserva ciò che il tempo ha riservato al mondo. Al suo fianco, Maurizio Camuti, con i baffi che richiamano Salvador Dalí ,diventa una sorta di guida visionaria, un accompagnatore che le mostra, con un misto di stupore e malinconia, gli scenari del presente. Le immagini che scorrono sullo schermo rivelano un mondo radicalmente diverso da quello immaginato decenni fa: conflitti armati sempre più vicini, notizie di guerra che invadono quotidianamente radio e televisioni, tensioni che sembrano aver riportato

l’umanità indietro nel tempo. A questi elementi si aggiunge il cambiamento climatico, una crisi globale che continua a manifestarsi con sempre maggiore evidenza, nonostante se ne parli meno proprio mentre gli effetti diventano più gravi. Si incontrano anche il tema della povertà crescente e quello della solitudine che caratterizza milioni di persone, soprattutto nelle grandi metropoli moderne. Uno degli aspetti più forti dell’opera riguarda l’iperconnessione.

La tecnologia, nata per avvicinare, ha finito spesso per allontanare, generando relazioni più rapide ma meno profonde. La facilità con cui si comunica ha reso i legami più fragili, trasformando la socialità in un gesto istantaneo che può

svanire con un semplice clic. In questo contesto, l’arte stessa ha dovuto confrontarsi con un cambiamento radicale: la creatività che un tempo nasceva dall’incontro e dall’esperienza condivisa appare oggi minacciata da ritmi accelerati, da contenuti effimeri e dalla perdita di attenzione. Il video invita a riflettere sul “giardino dell’universo”, una metafora del nostro pianeta, meraviglioso ma costantemente maltrattato. È un richiamo alla responsabilità individuale e collettiva, un’esortazione a riconoscere il valore di ciò che ci circonda e che troppo spesso diamo per scontato. La rappresentazione dei conflitti e delle fragilità sociali non vuole essere un messaggio pessimista, bensì un invito a prendere coscienza del presente per costruire un futuro più equilibrato. In questo dialogo ideale tra ciò che eravamo e ciò che siamo diventati, la figura di Amanda Lear assume un ruolo simbolico: rappresenta la forza dell’arte, la capacità di trasformarsi e di illuminare anche i momenti più

complessi. L’opera si conclude con un auspicio di rinnovata armonia, un invito a recuperare autenticità, solidarietà e un rapporto più consapevole con il mondo

che abitiamo.

 

Testo/musiche/arrangiamento 

Camuti Maurizio, Giovanni Rosina, Paolo Sala

Atttici/attori in video: Maurizio Camuti, Tiziana Ferlazzo, Verdiana Monaco. 

Regia: Matteo Fiacchino

 

IL TESTO

1 / 2

AMANDA LEAR  

--  

Vorrei dire ad Amanda Lear

che non sta andando così  

tra guerre incandescenti  

in un clima un po' bollente

torna tra i mortali  

coi tuoi show molto speciali  

dal pensiero intelligente

sei una luce travolgente

( vien a nous .. encore ..)  

vorrei abbracciare Amanda Lear  

per esser stata così  

cibernetica e lucente

sei potenza travolgente

pensieri tra i capelli  

brillanti e molto snelli

d'Amanda ce n'è una

ci porterà fino alla luna  

(vien a nous...encore we love you )  

 

Negli anni 80 amanda brillava,

Con il suo charme nasceva e incendiava

Ambiguità che sfondava ogni schema  

Mito vivente di un eterno problema  

Regina del pop musa ribelle

Nient'altro che fascino nella sua pelle  

Classe e clamore lasciavano il segno  

Amanda eterna, eterno ingegno

2 / 2

 

( vien a nous ... encore... .. )

 

Finale: bionda esagerata Amanda è tornata × 6

 

 

BIOGRAFIA

Progetto di Maurizio Camuti orbitanti nella scena rock pop milanese, nel passato molto presente sulla scena live della città e non solo attraverso festival e concorsi, per molti anni guidate dal frontman Maurizio Camuti, cantautore attento e sensibile alle più attuali problematiche sociali.
Progetto musicale che vuole sperimentare attraverso testi e musica temi che sono sempre più lasciati solo ai tavoli politici.

Con 'Pia Contessa' abbiamo voluto parlare di Omofobia mentre con Milano (sponsorizzata dallo stesso Comune di Milano) hanno voluto rendere omaggio a una città laboriosa e bella da un punto di vista insolito secondo gli stereotipi attuali. Con "valigie di cartone" hanno affrontato l'antica questione dell'emigrazione sud/nord, ormai decennale, mentre con "Piedi gonfi: la questione legata alla violenza contro le donne. Infine, ha recentemente pubblicato "Con un mazzo di rose " che oltre a rivisitare il tema della violenza vuole affrontare l'annosa questione della discriminazione e della mancanza di pari opportunità nei confronti delle donne.

Infine, con Oggetto numero 7 e Non è tutto finito, abbiamo voluto parlare di vivisezione anche attraverso le immagini fornite da Lav e ambiente con le immagini del WWF e un messaggio finale di Maria Giovanna Elmi.

 

 

lunedì 29 dicembre 2025

 Emidio de Berardinis

presenta

VIA IGNIS...

https://open.spotify.com/intl-it/album/2z2jf1h7hZLQkrfMTNQPNe?si=KwqWYQ6cRNuauQai0eNOew

 

 

Quest'opera prima è il risultato di un'alchimia scaturita da profonde riflessioni: le creazioni, infatti, nella dimensione duale, possono generare solo dall'attrito.

L'esperienza diretta ha promosso, quindi, la nascita della vera scienza perfettamente associabile alla vera spiritualità basate necessariamente, entrambe, sul sapere che l'Uomo deve scegliere per potersi trasformare in mago e rendere la vita una bellissima e sacra cerimonia.

E così, ciò che è sopra si riflette in ciò che è sotto e viceversa: il sottosopra è l'inevitabile disordine precursore del potere che scaturisce dalla nascita del vero uomo, completo e perfetto ad immagine speculare del suo Creatore.

La coscienza umana stabilmente integrata in questa consapevolezza può giungere alla liberazione totale e uscire dalla ruota del Samsara, esperendo l'unica vera iniziazione possibile: iniziare il viaggio che integra la forza attiva e l'accoglienza passiva ribaltando ogni illusoria sicurezza e trovando la via della Salvezza.

 

L’intervista 


1. L’album sembra costruirsi su un asse piano–archi. Perché hai scelto questa combinazione

come fondamento sonoro del progetto?

Ho scelto il pianoforte perché per me è un luogo di intimità, di silenzi e rivelazioni … lo strumento

che più facilmente mi permette di ascoltare ciò che si muove dentro e dare voce al respiro

interiore.

Gli archi, invece, portano la dimensione del movimento, della tensione, dell’energia viva: possono

tradursi in carezza o tempesta, luce o struttura pesante.

In “Via Ignis” questa combinazione diventa il veicolo ideale del fuoco trasformativo: il pianoforte

crea lo spazio e la quiete necessaria affinché il fuoco possa essere ascoltato; gli archi danno forma

alle sue innumerevoli funzioni: scaldano, illuminano, ardono ... Insieme, costruiscono una

traiettoria sonora che, ovviamente, non descrive il fuoco, ma lo rende percepibile: è un asse

semplice e allo stesso tempo molto profondo, in grado di sostenere l'intero viaggio del disco.

2. “I fiori del fuoco” ha un’impronta malinconica e richiama certe atmosfere di Battiato. Come

hai lavorato al dialogo tra piano e archi in questo brano?

Nel lavorare a “I fiori del fuoco” avevo chiaro che il piano e gli archi dovessero dialogare come due

respiri diversi dello stesso Essere. Il pianoforte apre il brano con una luminosa malinconia che

invita alla delicatezza: è la voce che sussurra “non temere”, associata, simbolicamente, alla parte

più fragile e umana. Gli archi entrano come un soffio che allarga lo spazio, portando con sé un’aria

di futuro e un movimento che tende verso l’alto.

Il riferimento a Battiato, se c’è, nasce spontaneamente: da lui ho ereditato non tanto uno stile

quanto un’attitudine alla trascendenza, a lasciare che la musica apra varchi …

3. “Profonde altezze” e “Il pensatore” condividono una base simile, ma nel secondo gli archi

diventano quasi ritmici. Quando decidi che gli archi devono sostenere e quando devono

spingere?

La scelta nasce sempre in funzione al testo. “Profonde altezze” è un brano che vive di sospensione:

un invito a restare nel presente (senza cercare di possederlo) e ad aprirsi alla vita senza paura: è

un cammino di fiducia, di spazio e di respiro. E per questa ragione gli archi sostengono il

messaggio: sono come un vento che mantiene il cielo limpido e aperto … una presenza che non

sospinge deliberatamente verso direzioni precise ma accompagna con dolcezza l’ascoltatore nella

vastità e nel mistero.

“Il pensatore”, invece, è un testo pregno di vigilanza interiore e canta della coscienza che si

modella attraverso la costanza, il fluire e la battaglia sottile. In questo contesto gli archi non

possono essere statici: portano il movimento e incarnano quella “attrazione e pulsazione” di cui

parla il testo.

Certo, spingono perché il brano stesso spinge: è un invito a svegliarsi, a non cadere nella

ripetizione meccanica orizzontale e a salire sulle “ali di luce”.


4. In “Il portatore d’acqua” gli archi diventano cinematici e la voce si fa più tenue del solito.

Come hai bilanciato narrazione vocale e paesaggio orchestrale?

Nel “Portatore d’acqua” la voce non può imporsi: deve scendere, farsi morbida, quasi impalpabile.

Il testo, infatti, invita chi ascolta a portare il respiro “proprio lì, dove fa male”, riferendosi alle

emozioni più dolorose che possono trovare guarigione solo elevandosi al cuore che si occuperà

della loro purificazione. Questa dinamica richiede una voce che non domini, ma che guidi con

discrezione ed estrema delicatezza il processo. Gli archi, invece, diventano cinematici perché

rappresentano il paesaggio della discesa negli strati più oscuri (incontro con Ade), il movimento

ascensionale delle acque (innalzamento sulle vette), e la contemplazione silenziosa del Giardino

dello Spirito. La loro ampiezza orchestrale dà forma a quel mirabolante viaggio terreno che

diventa anche iniziatico.

Il bilanciamento nasce dalla voce che guida e dagli archi che si fanno campo ricettivo e risonante: il

mantra tibetano “Om mani padme hum” associato al Buddha della compassione (simbolo delle più

nobili emozioni umane) trova accoglienza nel tappeto di archi che mostra quel sacro sentiero di

“sottili bellezze” fruibili a pochi!

Mentre la mia voce si muove con umiltà e discrezione, l’orchestrazione plasma il mondo in cui essa

risuona: l’acqua parla e il paesaggio risponde.

5. “Causa sui” parte come un brano quasi pop e poi vira subito in qualcosa di etereo. Ti piace

sovvertire l’aspettativa dell’ascoltatore?

In “Causa sui” il cambio improvviso non è un effetto stilistico ma la coerente traduzione sonora del

testo. Il brano parla di sovrapposizione di stati, di onde di probabilità, di dimensioni che cambiano

a seconda dello sguardo dell’osservatore. All’inizio la musica assume una veste quasi pop perché

rappresenta il “punto intermedio”, lo stato riconoscibile, quello in cui l’ascoltatore si sente a casa.

Ma appena il testo si apre alla fisica quantistica, all’indeterminazione, alla danza delle infinite

possibilità, la musica non può rimanere ferma: anch’essa deve collassare in un’altra forma.

Non si tratta quindi di sorprendere l’ascoltatore, ma di invitarlo a percepire ciò che lo stesso testo

afferma: che la realtà non è solida, che la percezione condiziona tutto e che ogni scelta ne esclude

altre mille. La musica diventa una piccola esperienza di indeterminazione, un modo per far sentire

sulla pelle ciò che le parole raccontano!

6. Ne “L’Arte” il tempo sembra quello di un Andante moderato. Qual è il tuo rapporto con i

tempi “classici” all’interno di una scrittura moderna?

Per me i tempi “classici” non sono regole da rispettare, ma archetipi da evocare, quando

necessario. Un Andante moderato, come quello che attraversa “L’Arte”, è simbolo di un

atteggiamento interiore, un passo che avanza senza fretta, che osserva, che respira, e permette

alla parola di far sedimentare il suo significato. In un’epoca musicale spesso compressa, frenetica o

iper-produttiva, quel tempo sospeso diventa quasi un atto di resistenza.

Usare tempi classici dentro una scrittura moderna mi permette di creare continuità tra passato e

presente, e il mio intento è quello di provare a restituire alla vera Arte il suo incalcolabile valore,


che si esprime quando è frutto dell’ispirazione e del vero servizio umano che si offre

generosamente per portare al mondo la Bellezza rapita dai piani superiori di coscienza.

7. “Moto ritmico del fuoco” presenta archi minacciosi. Come hai ottenuto quella tensione?

C’è stato un riferimento preciso?

La tensione nasce dal testo stesso, che parla di amore e desiderio, di centro e periferia che si

uniscono, della spada che deve essere battuta, lavorata e stressata per essere forgiata nel Fuoco.

Gli archi diventano lo specchio fedele di quel fuoco: minacciosi e pulsanti, scandiscono il ritmo

della trasformazione, come le fiamme che plasmano il metallo (e la coscienza cristallizzata).

Non ho cercato un riferimento preciso a compositori esterni, ma ho lasciato che la musica

nascesse in risonanza con le immagini del testo: ogni movimento orchestrale è nato dalla necessità

di rendere sonora quella tensione, quell’energia viva che non vuole essere aggressiva ma potente

e trasformatrice.

Gli archi minacciosi sono quindi l’espressione del fuoco interiore che brucia, plasma e trasforma,

laddove paura e meraviglia coesistono.

8. “Un’informazione” inizia con piano e archi distanti, poi piano e voce: è come un’eco che

diventa confessione. Come costruisci questi cambi di profondità?

Anche nel brano “Un’informazione” la costruzione della profondità segue il percorso dei contenuti

offerti dal testo. All’inizio, gli archi distanti e sospesi creano uno spazio ampio, quasi cosmico, che

lascia respirare il silenzio e l’attesa: è il momento in cui “niente sembra accadere, eppure ogni cosa

accade”. È un’eco che riflette la percezione limitata dell’io rispetto all’infinta vastità del Fuoco del

Cuore; gli strumenti seguono il ritmo del testo: i momenti di sospensione lasciano spazio

all’ascolto, quelli di intensità sostengono la rivelazione, fino a trasformare ogni muro che crolla in

un “viale di Luce”.

In sostanza, ogni cambiamento orchestrale è un riflesso del cammino interiore che il brano vuole

narrare.

9. “Audacia” è uno dei brani più solari vocalmente, mentre gli archi oscillano tra largo e

andante. Come hai lavorato sull’equilibrio tra luce vocale e sospensione orchestrale?

In “Audacia” volevo che la voce fosse il fulcro luminoso, il sole che guida il cammino laddove gli

archi creano uno spazio sospeso, capace di accogliere quella luce senza opprimerla.

Gli archi oscillano tra largo e andante per dare respiro e profondità: a volte sospendono il tempo,

come per lasciare che l’audacia possa emergere dall’intimità; altre volte sostengono con

delicatezza l’istante, quasi accarezzando la voce.

L’equilibrio nasce dalla tensione tra movimento e sospensione: mentre la voce guida, gli archi

contengono, e insieme tracciano quel sentiero di coraggio, apertura e meraviglia di cui il brano

innalza le lodi.


10. “Gli occhi di mio padre” parte con un piano alla Satie e poi aggiunge archi molto delicati.

Come hai deciso quando farli entrare?

Il pianoforte apre il brano creando uno spazio intimo che permetta al ricordo di riaffiorare in

perfetto accordo con la mente e il cuore: le sue note simboleggiano i primi passi compiuti dentro

gli occhi di mio padre … un ingresso silenzioso che mi ha condotto in quel deserto interiore dove

ho potuto intuire il significato simbolico delle pupille quali portali che conducono verso altri

mondi. Lasciare il piano da solo all’inizio significava rispettare quel varco, ascoltare il respiro

dell’abisso prima di riempirlo di suono.

Gli archi entrano solo quando la visione si apre, quando lo sguardo comincia a salire la “scala della

luce” evocata dal testo: sono come un’onda che accompagna i piccoli pesci mentre nuotano nel

mare delle lacrime, o come il primo bagliore che illumina un mondo nascosto.

Il loro arrivo non si riduce ad una semplice questione tecnica ma è un atto di vero e sacro ascolto.

Quando la coscienza contatta le profondità dell’Essere e quando l’Amore vuole esprimersi per

mezzo della musica, allora gli archi si sollevano, lievi, quasi timidi, per sostenere ciò che il solo

pianoforte non può più contenere.

Così il brano si apre gradualmente, come l’intensità dello sguardo descritto che cela in sé tutto il

mistero delle relazioni umane che caratterizzano questa esistenza.

11. “Filia filii tui” usa harmonium, voce narrata e un piano stridente sotto. Come sei arrivato a

questa scelta così particolare?

Il brano nasce come un passaggio tra diversi piani esistenziali: il risveglio porta ancora con sé

l’impronta della ninna nanna che ha permesso alla coscienza di passare dal mondo astrale a quello

fisico. L’harmonium utilizzato crea un melodioso suono antico che sostiene il mantra presente nel

testo “Hari Om Tat Sat, Om Namah Shivaya Gurave” (che significa “mi inchino al principio

supremo, il maestro interiore, che assume la forma di realtà, coscienza e beatitudine) creando quel

tappeto sacro in cui la coscienza può maturare come “una torcia che brucia, anche solo per un

istante”.

La voce narrata, invece, è il filo che unisce simbolicamente il principio femminile e la sua creatura,

in quel misterioso gesto di “prestarsi gli occhi a vicenda” per imparare a vedere meglio.

L’idea sarebbe quella di guidare, accompagnare e sussurrare dolcemente all’ascoltatore un

insegnamento profondo e sottile che non vuole imporsi.

Il piano stridente sottostante è la frizione necessaria: rappresenta il turbamento, il momento in cui

“mi scopro, mi penso, mi turbo”: l’attrito dell’ego che si incrina mentre il Sé si espande proprio

grazie alla tensione percepita tra luce e ombra, tra la notte oscura dell’anima e l’esplosione della

Luce.

Ho scelto questa combinazione proprio per raccontare quel triplice movimento: il sacro sostiene

(l’harmonium), la coscienza parla (la voce), e l’ego che deve essere purificato percepisce l’attrito (il

piano). Nasce così, un piccolo e sorprendente rituale squisitamente femminile: un invito ad

accogliere, ascoltare e stare, affinché la Forza (quella vera, interiore e profonda) possa essere

percepita e seguita in totale affidamento.


12. In generale, quando componi, parti più spesso da un’immagine, da un accordo o da un

ritmo?

Per me la composizione nasce quasi sempre da un’immagine interiore: una consapevolezza che

affiora come un lampo o un simbolo. È come se il brano esistesse già in potenza e io dovessi

occuparmi semplicemente di tradurlo armoniosamente in musica e parole.

Da lì arrivano gli accordi, che sono il colore dell’immagine, e poi il ritmo, che è il suo respiro; ma il

primo movimento è quasi sempre visivo: un anello di luna, una scala di luce, una stella che guida,

un fuoco che pulsa …

La musica è il modo in cui quelle immagini prendono corpo e diventano vibrazione ed io, in realtà,

mi limito ad ascoltarle mentre si rivelano! Umanamente ho ben pochi meriti …

13. La tua scrittura sembra molto legata al gesto, più che alla forma. Quanto c’è di istintivo e

quanto di architettato in questi arrangiamenti?

La mia scrittura nasce sempre da un movimento interiore, un impulso che arriva prima della

struttura e in quell’attimo, credo si esprima la magia della “pura ispirazione”: il momento in cui il

suono e le parole si offrono generosamente a me senza che io lo cerchi.

Ma una volta colto quel primo fuoco, inizia il lavoro di architettura: capire come sostenere il

messaggio, come esprimerlo, come dargli lo spazio e giusta direzione. I miei arrangiamenti sono un

equilibrio tra queste due forze: l’intuizione pura che accende, e la costruzione consapevole che

custodisce la scintilla senza soffocarla o alterarla vibrazionalmente.

In fondo è proprio come accade nei delicati processi della vita interiore: il lampo arriva dall’alto,

ma la forma e le relative connessioni logiche vanno intessute con pazienza, rispetto e ascolto.

13. Hai un momento preferito, in tutto il disco, in cui senti di aver raggiunto esattamente la

forma sonora che cercavi?

In realtà non ho mai cercato una forma sonora precisa: non creo musica per arrivare a un modello

prestabilito, ma per seguire un’intuizione e lasciare che trovi il campo giusto in cui esprimersi.

Ogni brano mi ha sorpreso in modi diversi, proprio perché assistevo come spettatore traboccante

di gratitudine, in attento e rispettoso ascolto, ciò che stava per emergere.

E per me, è stata davvero una meravigliosa esperienza portare nel panorama musicale di

quest’epoca “Via Ignis”, perché scardina completamente il modo in cui oggi si crede (quasi sempre

illusoriamente) di fare musica. Ma questa è un’altra storia …

martedì 11 novembre 2025

 

 

Rescue Zone presentano il video di Bed, un bellissimo concept video con atmosfere tra il dark e il sognante

https://youtu.be/5QdGz0M2Kmc?si=FSTgxb4s9jvoGavw

 

 

IL BRANO

Bed” si esprime in modo distaccato dalla persona e racconta la condizione che ognuno di noi vive dentro le proprie paure e insicurezze. Mostra come queste ci facciano sentire oppressi, inadeguati e costantemente in conflitto con noi stessi.

È una spinta alla ribellione, prima verso le nostre stesse gabbie interiori, per provare a uscire da quelle situazioni che creiamo con gesti istintivi e affrettati. Ci ricorda che tutto ciò di cui abbiamo bisogno va cercato ed ottenuto senza compromessi e paura.

Ogni riferimento rimanda a momenti di riflessione; ogni domanda cerca una risposta, senza sapere se sarà davvero quella giusta. Il brano racconta il passaggio dalla quiete apatica alla ribellione, nella ricerca di una risoluzione personale.

 

IL VIDEO

 

Il video di Bed si apre con una mano sanguinante e una camminata lenta, come se il pericolo fosse ormai alle spalle. È solo una tregua illusoria: ciò che inquieta dentro non ha mai smesso di muoversi. La cattura e il sacco calato sulla testa segnano il ritorno inevitabile di quelle ombre.

Su un materasso, il corpo giace con il volto coperto dallo stesso sacco. Mani che vagano ai lati sfiorano lo spazio attorno, presenze che tornano a manifestarsi e richiamano ciò che era stato messo a tacere.

Sul tavolo, circondato da figure mute,

una mano scivola dalladdome al volto: un contatto che rivela la verità nascosta, come se ciò da cui si fugge trovasse comunque il modo di manifestarsi.

Nel bagno, immerso nellabbandono, tutto si ribalta: chi tentava di fuggire diventa preda, e ciò che sembrava distante prende il controllo. Il trascinamento per i piedi legati e il cerchio rituale mostrano lesposizione totale alle proprie paure.

Nella sepoltura nasce un impulso di ribellione, un gesto istintivo per non lasciarsi inghiottire definitivamente. La corsa ritorna, tra cadute e riprese, fino alla stessa mano sanguinante che chiude il video, identica allinizio: il confronto con sé stessi non finisce, ritorna ciclicamente allo stesso varco.

 

 

BIOGRAFIA

 

I Rescue Zone si formano nel 2024, dallincontro tra cinque musicisti decisi a trasformare le proprie esperienze in qualcosa di autentico e potente. Tutto parte quando Emanuele, voce della band, contatta Nicola, bassista, nel settembre dello stesso anno. Con Andrea alla batteria – compagno di palco di lunga data di Nicola – e i chitarristi Alice e Raffaello, vecchi amici uniti dalla stessa urgenza creativa, la formazione prende rapidamente vita.

Le loro influenze diverse si fondono in un sound diretto, energico e moderno, dove melodia e impatto convivono in perfetto equilibrio.

A giugno 2025 pubblicano il primo singolo, Get Away”, seguito da Bed”, due brani che segnano linizio del percorso dei Rescue Zone: una band che mette al centro listinto, la coesione e la voglia di suonare senza compromessi.

 

 

martedì 7 ottobre 2025

 


Leon seti presenta Oh London!

https://open.spotify.com/intl-it/album/4b9wSoqy40Aj7Fsz7KYz9e?si=lLab2b8fQIirfaJR33qFww

 

 

Nel comunicato hai scritto; Leon Seti si presenta come una divinità dell’estate tardiva. Come vivi l’autunno ora che l’estate è finita?

In realtá per me l’autunno é la stagione piú bella di tutte. Lo so che ho scritto dei pezzi estivi, ma il momento migliore dell’estate per me é proprio la fine, dove le cose cominciano a riposarsi, dopo mesi di frenesia e caldo.

 

• Raccontaci una tua giornata tipo.

Una mia giornata tipo comincia con me che mi sveglio alle 6, comincio a lavorare (faccio l’editor oltre alla musica, per sostenermi e pagare l’affitto), pianifico i miei post su tik tok e instagram, vado all’universitá dove sto seguendo i corsi per il mio secondo master, e poi verso le 5 torno a casa in bicicletta e svengo sul letto.

 

Londra..una città in continua evoluzione… Come la definiresti ora, 2025..?

Londra per me é la cittá del cambiamento, io ci ho vissuto dal 2017 fino al 2021 e sebbene sia stata una dura esperienza, rimarrá per sempre nei miei ricordi e nel cuore.

 

• quale artista prendi come modello per le tue canzoni?

Io amo Bjork, Madonna, Peter Gabriel, Banks, Lady Gaga… peró le mie ispirazioni possono arrivare da qualsiasi artista e canzone, dipende dal momento.

 

• Come curi il tuo look artistico?

Il mio look fa parte della mia visione di un progetto. Ogni canzone e album che faccio ha uno stile e un mondo dietro, il mio look segue sempre il tema.

 

• Se potessi rinascere quale periodo musicale sceglieresti?

Beh forse sceglierei gli anni 80, non per altro, ma sembra che a quel tempo l’industria fosse piú sperimentale, e non serviva cominciare un business sui social per farsi notare.

 

 

 

"Oh, London", il nuovo EP di Leon Seti, è un’esaltazione poetica della tarda estate: quella fase sospesa tra la luce e la malinconia, dove i giorni sembrano allungarsi nell’aria calda e i ricordi iniziano già a sbiadire. Quattro tracce intime e cinematografiche raccontano emozioni effimere e nostalgiche, tipiche di una stagione che si spegne lentamente, lasciando spazio ai sogni, all’attesa e a una dolce inquietudine.

L’EP si apre con “August”, il primo singolo, che ne definisce subito l’atmosfera: calda, avvolgente, come il vento di fine agosto. Il brano è un racconto delicato di un amore passato, tra sussurri elettronici e malinconie luminose.

Segue “Bluffer”, una traccia travolgente e giocosa, che si fa portavoce di una rabbia euforica: cori stratificati e synth brillanti creano un inno liberatorio che sbeffeggia tutti i detrattori di Seti e la sua esperienza nel mondo della musica.

La title track, “Oh, London”, arriva come una brezza al tramonto. Parte tranquilla, cresce lentamente e si apre in un finale corale con un beat e campane che richiamano la capitale britannica. Il brano è una riflessione intensa sul rapporto ambivalente che Leon Seti intrattiene con la città che lo ha accolto per anni: un intreccio profondo di amore, frustrazione, crescita e conquista e che, come dice nel pezzo, lo riporta sempre allo stesso punto.

A chiudere il progetto è “Universe”, una sorta di notturno stellare, come la sera di San Lorenzo: una ballata che volge lo sguardo al cielo, riflettendo sull’amore e sul nostro posto nell’infinito. Una canzone dedicata al partner di Leon che ci ricorda quanto siamo grandi e piccoli allo stesso tempo, parte dello stesso universo.

Con questo nuovo lavoro, Leon Seti si presenta come una divinità dell’estate tardiva: un’immagine mitica e contemporanea, con spighe tra i capelli e melodie cariche di speranza, desiderio e luce lontana.

Leon: “Oh, London è un piccolo rituale pop, un invito a perdersi nei ricordi e nelle promesse dell’estate che finisce e un assaggio di quello che verrá.”

martedì 30 settembre 2025

 


 

Slow Rush presentano il video Be Your Movie... estetica tra il pop, il kitsch e il trash... brano power pop con attitudine punk

Link a YouTube: https://www.youtube.com/watch?v=4-ZosMo5hg8

 

 

Intro/Descrizione video:

Be Your Movie, ideato dagli Slow Rush e diretto da Alberto Frisinghelli, trasformano un brano già di per sé carico di riferimenti pop e nostalgia in un vero e proprio videoclip surreale. Il video si muove tra commedia e sogno ad occhi aperti, senza mai prendersi troppo sul serio, ma riuscendo al tempo stesso a fotografare perfettamente lo spirito del pezzo.

Il titolo è il cuore del gioco: Be Your Movie diventa sia una dedica romantica che un’irresistibile onomatopea campagnola (moo-vie), e il video sfrutta questo doppio registro con una serie di scene volutamente sopra le righe. Vediamo così mucche che rincorrono i protagonisti, sirenetti con barba e baffi, stanze anni 2000 tappezzate di VHS e poster, fino a telefonate infinite fatte da banane umane che chiamano altre banane. Ogni sequenza è un omaggio ironico e affettuoso all’immaginario adolescenziale che ha nutrito una generazione, tra teen drama americani e pomeriggi passati davanti alla TV.
La forza del video sta proprio nell’abilità di mischiare i registri: il tono goliardico e leggero non cancella la profondità del senso del testo, ma la amplifica, mettendo in scena quel senso di confusione brillante che accompagna le prime scoperte, i primi innamoramenti e i primi desideri che non corrispondono a ciò che il mondo si aspetta da te. È un linguaggio visivo che sembra dire: “sì, è tutto assurdo, eppure siamo esattamente qui, dentro questa assurdità, a riconoscerci”.
E se la componente estetica guarda dichiaratamente al kitsch e al trash consapevole (camerette colorate, glitter ovunque, accessori fuori moda tornati cool), a dare sostanza al tutto è il finale: una panoramica su Vicenza, la città natale del trio. Una chiusura semplice ma potentissima, che riporta il racconto all’origine, mostrando che dietro le parodie e i travestimenti c’è un gruppo che non ha paura di dichiarare da dove viene e cosa sogna di diventare.

Be Your Movie non è solo un video, ma un manifesto di intenti: gli Slow Rush non si limitano a citare la cultura pop, la vivono, la deformano e la restituiscono con la freschezza di chi vuole divertirsi ma anche lasciare un segno.
Autoironia punk e libertà queer, un piccolo cult in potenza, capace di parlare a chiunque sia cresciuto con cartoni animati, VHS impazzite e crush impossibili.

 

Biografia band:

Gli Slow Rush nascono nel 2020 a Vicenza e suonano con l'urgenza di chi sa che perdere tutto non è un'opzione. Emo-core, alternative rock, il suono di una VHS che si inceppa a metà di una scena che avresti voluto rivedere e un approccio “take-it-or-leave-it” che celebra l’autenticità sopra ogni compromesso con un’identità che oscilla tra l’accettazione del disagio e l'introspezione.

Slow Rush è molto più di un semplice progetto musicale: è un viaggio interiore che propone di mettere a nudo la verità, come una lente che indaga la realtà delle emozioni e dei pensieri nascosti, sfidando le convenzioni stilistiche musicali di un panorama stracolmo di falsità confezionate, scegliendo sempre la strada dell'autenticità cruda. Anche quando fa male.

 

 


ACCAME

presenta

"TI PRENDI IL MIO TEMPO"

 

GUARDA IL VIDEO

https://youtu.be/qV5z50ihKs8

 

 

 

ACCAME - TI PRENDI IL MIO TEMPO

Virgolettato

 

Ti prendi il mio tempo nasce nei primi anni di approccio al cantautorato, intorno al 2012 e parla di una storia d’amore dove gli equilibri non sono paritari; la parte forte prevale su quella più debole e la prevarica, costringendola a sottomettersi al suo volere emotivo

 

Nasce così un rapporto malato, fatto di decisioni prese solamente da una sponda, induzione a sensi di colpa inesistenti e tossicità sentimentale continua

 

Non è mai facile uscire da una situazione così perché si diventa succubi dell’altro, si ha paura a dire come ci si sente e di conseguenza ci si spegne lentamente, credendo di essere noi la parte sbagliata

 

Ma non è mai tardi per accorgersi che è arrivato il momento di porre fine a questo massacro, ci vuole solo la giusta dose di coraggio che arriva quando si è sfiniti e svuotati da una situazione che non ci appartiene più

 

E quando arriva, il grido di rabbia e di disperazione si fa grande e travolge tutto e tutti come un fiume in piena; il risultato è la fine della relazione e la consapevolezza di una nuova solitudine che ci farà bene, in quanto come un terreno lasciato a riposo ci preparerà sicuramente ad un nuovo inizio

 

“la luce mi sveglia e intorno a me c'è solo silenzio e questa polvere” dice un passaggio della canzone, niente di più vero; nella vita spesso e volentieri quando si dice la verità ci si ritrova sempre soli e l’unica compagnia è la polvere sul pavimento, illuminata dalla luce che filtra dalle persiane di un nuovo giorno ma con il quale non siamo ancora abituati a fare i conti

 

Ma veniamo alla musica: arrangiamento pop/rock con influenze dei primi anni 2000; chitarre acustiche leggermente scure e ritmate, tastiere costanti che sembrano quasi tenere il tempo, chitarre elettriche che entrano con rabbia nei ritornelli e che sembrano urlare tutto il loro sdegno, batteria e basso sincopati che richiamano a sonorità hip pop, campionature elettroniche ridotte al minimo ma con un omaggio nell’assolo alla musica rock alternativa e sinfonie dettate dagli archi nel finale, che aprono ad un ambiente sonoro cinematico e coinvolgente per l’ascoltatore

 

Nella canzone sono state registrate 14 voci tra principali, secondarie, cori e armonizzazioni, tutte fatte dal sottoscritto, ci tengo a ribadirlo perché la cura del dettaglio è diventata ormai il credo costante nella mia musica

 

Un ringraziamento in particolare e come sempre va alla mia “squadra” e quindi

-    Fabio De Angelis che ha curato produzione e arrangiamenti nonché mix e master

-    Gabriele Pallanca della Genova records che è il mio vocal coach nonché lo studio dove registro le voci delle mie canzoni

-    Studio Pianigiani Enrico, dove ho trovato l’ambiente perfetto per suonare le mie chitarre

 

TI PRENDI IL MIO TEMPO

 

ti prendi il mio tempo ti prendi tutto di noi

ti prendi il mio tempo ti prendi quello che vuoi

hai sempre deciso di testa tua

ho sempre respinto la noia

pensavo che fosse soltanto la mia

 

e adesso dammi un motivo perché no

non è stato poi tutto sbagliato

ma adesso fai un tentativo?

non si può provare a nascondere il passato

i giorni che passano così non hanno nessun significato

ti prendi il mio tempo senza noi

 

ti prendi il mio tempo ti prendi tutto di noi

ti prendi il mio tempo e ne fai quello che vuoi

hai sempre deciso di testa tua

ho sempre respinto la voglia

pensavo che fosse la mia fantasia

 

e adesso dammi un motivo perché no

non è stato poi tutto sbagliato

ma adesso fai un tentativo?

non si può provare a confondere il passato

i giorni che passano così non hanno nessun significato

ti prendi il mio tempo senza noi

 

ma questo sogno è svanito come le parole di un film dimenticato

ma adesso il tempo è finito come le speranze di un uomo condannato

la luce mi sveglia e intorno a me c'è solo silenzio e questa polvere

 

ti prendi il mio tempo senza noi

ti prendi il mio tempo senza noi

ti prendi il mio tempo senza noi

 

riprendo il mio tempo senza noi

 

 

 

ACCAME - Biografia

 

Accame è il nome d'arte del cantautore ligure Giuseppe Accame

 

Egli è avvicinato al cantautorato grazie allo studio della chitarra acustica, strumento che utilizza principalmente nelle sue produzioni

 

Il suo viaggio nella musica inizia nel 2023 con lo pseudonimo di Giù pubblicando l'EP "Ragazza Rossetto Fragola" una raccolta di quattro canzoni che parlano d’amore senza tanti compromessi e giri di parole

 

Il 2024 si apre con la pubblicazione del suo secondo EP "Non doveva andare così" prodotto interamente in casa  e di altri due singoli "Dimmi che lo sai" canzone che tratta la paura del futuro incerto e "Lacrime di Venere" ispirata dal film The Aeronauts

 

E' a questo punto che Giuseppe decide di dare una svolta diversa al suo progetto, questo per dare maggiore identità e professionalità e cambia nome in semplicemente Accame

 

Da questo momento le sue produzioni verranno fatte interamente in studio e avvalendosi di personale altamente qualificato e del settore (arrangiatori, musicisti, fonici, ingegneri del suono, grafici, videomaker, ufficio stampa, ecc.)

 

Accame crea così la sua “squadra perfetta” per il suo intento artistico

 

Il finale del 2024 è foriero di molte novità e vede l’uscita del suo primo singolo in questa nuova veste che poi è un remix, in vista della stagione estiva, di un brano precedentemente pubblicato e cioè "Estate da rich remastered summer 2024" canzone che scherza bonariamente sull’utilizzo dei social ai fini di immagine, seguito cronologicamente da “Le mie cure” canzone contro le ingiustizie e la prepotenza dei grandi della terra e che vanta la speciale partecipazione delle voci bianche del Piccolo Coro Anna e Aldo Faldi di Lavagna (GE), “La storia di un minuto” che racconta di un incontro inaspettato e “Colpo di Fulmine” una dedica al sentimento più importante che c’è

 

Il 2025 si apre con la pubblicazione di “Siamo ancora qui”, una ballata rock malinconica con i ricordi della generazione anni 60/80 e con “Non sarà facile” una canzone che parla di un tema delicato, la guerra e i conflitti armati. L’estate vede uscire “Fino a tre”, una riflessione interiore che parla di tutto quello che ci viene a mancare quando un rapporto finisce

 

 

Il suo genere di riferimento è il Cantautorato-Pop ma Accame ama spaziare anche con contaminazioni di tipo British, Country, Rock ed Elettronico, cercando sempre il migliore vestito per le proprie canzoni

 

 

 

link pagine e social

https://www.instagram.com/accamegiuseppe

https://www.facebook.com/AccameGiuseppe

https://open.spotify.com/intl-it/artist/1OS86tWN9HHJMpTG2RAbO2

https://open.spotify.com/intl-it/artist/5NSuwMDErrgf5Ix3lbIsAY

https://www.youtube.com/@AccameGiuseppe