DJ KINGDOM
lunedì 23 febbraio 2026
sabato 10 gennaio 2026
FUORICENTRO presentano AMANDA LEAR –
GUARDA IL VIDEO
https://www.youtube.com/watch?v=zEy2CkEg0NU&list=RDzEy2CkEg0NU&start_radio=1
INTRO AL VIDEO
Con questo progetto abbiamo voluto rendere omaggio a una
artista straordinaria e figura simbolo di un’epoca caratterizzata da
innovazione, eleganza e audacia creativa. La sua presenza scenica e la sua
capacità di reinventarsi nel tempo rappresentano un punto di riferimento per intere
generazioni. Richiamare la sua immagine significa evocare un periodo storico,
quello della Milano da bere, in cui l’Italia e l’Europa guardavano al
domani con ottimismo, stupore e una forte spinta verso la modernità.
Insomma erano anni di sogni condivisi, fiducia collettiva e un
fermento culturale che sembrava inarrestabile. Su questo sfondo si innesta
il racconto del video, costruito come un viaggio simbolico tra passato e
presente. Il filo conduttore è un televisore d’epoca sintonizzato sull’immaginaria
“TV FUTURE”, un canale che idealmente trasmette frammenti del futuro già
dagli anni ’80. Attraverso questo espediente narrativo, l’Amanda Lear
interpretata dall’attrice Tiziana Ferlazzo osserva ciò che il tempo ha
riservato al mondo. Al suo fianco, Maurizio Camuti, con i baffi che
richiamano Salvador Dalí ,diventa una sorta di guida visionaria, un
accompagnatore che le mostra, con un misto di stupore e malinconia, gli
scenari del presente. Le immagini che scorrono sullo schermo rivelano un mondo
radicalmente diverso da quello immaginato decenni fa: conflitti armati
sempre più vicini, notizie di guerra che invadono quotidianamente radio e
televisioni, tensioni che sembrano aver riportato
l’umanità indietro nel tempo. A questi elementi si aggiunge il
cambiamento climatico, una crisi globale che continua a manifestarsi con
sempre maggiore evidenza, nonostante se ne parli meno proprio mentre gli
effetti diventano più gravi. Si incontrano anche il tema della povertà
crescente e quello della solitudine che caratterizza milioni di persone,
soprattutto nelle grandi metropoli moderne. Uno degli aspetti più forti
dell’opera riguarda l’iperconnessione.
La tecnologia, nata per avvicinare, ha finito spesso per allontanare,
generando relazioni più rapide ma meno profonde. La facilità con cui si
comunica ha reso i legami più fragili, trasformando la socialità in un
gesto istantaneo che può
svanire con un semplice clic. In questo contesto, l’arte stessa ha
dovuto confrontarsi con un cambiamento radicale: la creatività che un
tempo nasceva dall’incontro e dall’esperienza condivisa appare oggi
minacciata da ritmi accelerati, da contenuti effimeri e dalla perdita di
attenzione. Il video invita a riflettere sul “giardino dell’universo”, una
metafora del nostro pianeta, meraviglioso ma costantemente maltrattato. È
un richiamo alla responsabilità individuale e collettiva, un’esortazione a
riconoscere il valore di ciò che ci circonda e che troppo spesso diamo per
scontato. La rappresentazione dei conflitti e delle fragilità sociali non
vuole essere un messaggio pessimista, bensì un invito a prendere coscienza
del presente per costruire un futuro più equilibrato. In questo dialogo
ideale tra ciò che eravamo e ciò che siamo diventati, la figura di Amanda
Lear assume un ruolo simbolico: rappresenta la forza dell’arte, la capacità
di trasformarsi e di illuminare anche i momenti più
complessi. L’opera si conclude con un auspicio di rinnovata
armonia, un invito a recuperare autenticità, solidarietà e un rapporto più
consapevole con il mondo
che abitiamo.
Testo/musiche/arrangiamento
Camuti Maurizio, Giovanni Rosina, Paolo Sala
Atttici/attori in video: Maurizio Camuti, Tiziana Ferlazzo,
Verdiana Monaco.
Regia: Matteo Fiacchino
IL TESTO
1 / 2
AMANDA LEAR
--
Vorrei dire ad Amanda Lear
che non sta andando così
tra guerre incandescenti
in un clima un po' bollente
torna tra i mortali
coi tuoi show molto speciali
dal pensiero intelligente
sei una luce travolgente
( vien a nous .. encore ..)
vorrei abbracciare Amanda Lear
per esser stata così
cibernetica e lucente
sei potenza travolgente
pensieri tra i capelli
brillanti e molto snelli
d'Amanda ce n'è una
ci porterà fino alla luna
(vien a nous...encore we love you )
Negli anni 80 amanda brillava,
Con il suo charme nasceva e incendiava
Ambiguità che sfondava ogni schema
Mito vivente di un eterno problema
Regina del pop musa ribelle
Nient'altro che fascino nella sua pelle
Classe e clamore lasciavano il segno
Amanda eterna, eterno ingegno
2 / 2
( vien a nous ... encore... .. )
Finale: bionda esagerata Amanda è tornata × 6
BIOGRAFIA
Progetto di Maurizio Camuti orbitanti nella scena rock pop
milanese, nel passato molto presente sulla scena live della città e non solo
attraverso festival e concorsi, per molti anni guidate dal frontman Maurizio
Camuti, cantautore attento e sensibile alle più attuali
problematiche sociali.
Progetto musicale che vuole sperimentare attraverso testi e
musica temi che sono sempre più lasciati solo ai tavoli politici.
Con 'Pia Contessa' abbiamo voluto parlare di Omofobia mentre con
Milano (sponsorizzata dallo stesso Comune di Milano) hanno voluto rendere
omaggio a una città laboriosa e bella da un punto di vista insolito secondo gli
stereotipi attuali. Con "valigie di cartone" hanno affrontato
l'antica questione dell'emigrazione sud/nord, ormai decennale, mentre con
"Piedi gonfi: la questione legata alla violenza contro le donne. Infine,
ha recentemente pubblicato "Con un mazzo di rose " che oltre a rivisitare
il tema della violenza vuole affrontare l'annosa questione della
discriminazione e della mancanza di pari opportunità nei confronti delle donne.
Infine, con Oggetto numero 7 e Non è tutto finito, abbiamo
voluto parlare di vivisezione anche attraverso le immagini fornite da Lav e
ambiente con le immagini del WWF e un messaggio finale di Maria Giovanna Elmi.
lunedì 29 dicembre 2025
Emidio de Berardinis
presenta
VIA IGNIS...
https://open.spotify.com/intl-it/album/2z2jf1h7hZLQkrfMTNQPNe?si=KwqWYQ6cRNuauQai0eNOew
Quest'opera prima è il risultato di
un'alchimia scaturita da profonde riflessioni:
le creazioni, infatti, nella
dimensione duale, possono generare solo dall'attrito.
L'esperienza
diretta ha promosso, quindi, la nascita della vera scienza perfettamente associabile alla vera spiritualità basate necessariamente, entrambe, sul sapere che
l'Uomo deve scegliere per potersi
trasformare in mago e rendere la
vita una bellissima e sacra cerimonia.
E
così, ciò che è sopra si riflette in
ciò che è sotto e viceversa: il sottosopra è l'inevitabile disordine
precursore del potere che scaturisce
dalla nascita del vero uomo,
completo e perfetto ad immagine speculare del suo Creatore.
La
coscienza umana stabilmente integrata in questa consapevolezza può giungere
alla liberazione totale e uscire dalla ruota
del Samsara, esperendo l'unica vera iniziazione possibile: iniziare il viaggio che integra la forza attiva e l'accoglienza
passiva ribaltando ogni illusoria
sicurezza e trovando la via della Salvezza.
L’intervista
1. L’album sembra costruirsi su un asse piano–archi. Perché hai scelto questa combinazione
come fondamento sonoro del progetto?
Ho scelto il pianoforte perché per me è un luogo di intimità, di silenzi e rivelazioni … lo strumento
che più facilmente mi permette di ascoltare ciò che si muove dentro e dare voce al respiro
interiore.
Gli archi, invece, portano la dimensione del movimento, della tensione, dell’energia viva: possono
tradursi in carezza o tempesta, luce o struttura pesante.
In “Via Ignis” questa combinazione diventa il veicolo ideale del fuoco trasformativo: il pianoforte
crea lo spazio e la quiete necessaria affinché il fuoco possa essere ascoltato; gli archi danno forma
alle sue innumerevoli funzioni: scaldano, illuminano, ardono ... Insieme, costruiscono una
traiettoria sonora che, ovviamente, non descrive il fuoco, ma lo rende percepibile: è un asse
semplice e allo stesso tempo molto profondo, in grado di sostenere l'intero viaggio del disco.
2. “I fiori del fuoco” ha un’impronta malinconica e richiama certe atmosfere di Battiato. Come
hai lavorato al dialogo tra piano e archi in questo brano?
Nel lavorare a “I fiori del fuoco” avevo chiaro che il piano e gli archi dovessero dialogare come due
respiri diversi dello stesso Essere. Il pianoforte apre il brano con una luminosa malinconia che
invita alla delicatezza: è la voce che sussurra “non temere”, associata, simbolicamente, alla parte
più fragile e umana. Gli archi entrano come un soffio che allarga lo spazio, portando con sé un’aria
di futuro e un movimento che tende verso l’alto.
Il riferimento a Battiato, se c’è, nasce spontaneamente: da lui ho ereditato non tanto uno stile
quanto un’attitudine alla trascendenza, a lasciare che la musica apra varchi …
3. “Profonde altezze” e “Il pensatore” condividono una base simile, ma nel secondo gli archi
diventano quasi ritmici. Quando decidi che gli archi devono sostenere e quando devono
spingere?
La scelta nasce sempre in funzione al testo. “Profonde altezze” è un brano che vive di sospensione:
un invito a restare nel presente (senza cercare di possederlo) e ad aprirsi alla vita senza paura: è
un cammino di fiducia, di spazio e di respiro. E per questa ragione gli archi sostengono il
messaggio: sono come un vento che mantiene il cielo limpido e aperto … una presenza che non
sospinge deliberatamente verso direzioni precise ma accompagna con dolcezza l’ascoltatore nella
vastità e nel mistero.
“Il pensatore”, invece, è un testo pregno di vigilanza interiore e canta della coscienza che si
modella attraverso la costanza, il fluire e la battaglia sottile. In questo contesto gli archi non
possono essere statici: portano il movimento e incarnano quella “attrazione e pulsazione” di cui
parla il testo.
Certo, spingono perché il brano stesso spinge: è un invito a svegliarsi, a non cadere nella
ripetizione meccanica orizzontale e a salire sulle “ali di luce”.
4. In “Il portatore d’acqua” gli archi diventano cinematici e la voce si fa più tenue del solito.
Come hai bilanciato narrazione vocale e paesaggio orchestrale?
Nel “Portatore d’acqua” la voce non può imporsi: deve scendere, farsi morbida, quasi impalpabile.
Il testo, infatti, invita chi ascolta a portare il respiro “proprio lì, dove fa male”, riferendosi alle
emozioni più dolorose che possono trovare guarigione solo elevandosi al cuore che si occuperà
della loro purificazione. Questa dinamica richiede una voce che non domini, ma che guidi con
discrezione ed estrema delicatezza il processo. Gli archi, invece, diventano cinematici perché
rappresentano il paesaggio della discesa negli strati più oscuri (incontro con Ade), il movimento
ascensionale delle acque (innalzamento sulle vette), e la contemplazione silenziosa del Giardino
dello Spirito. La loro ampiezza orchestrale dà forma a quel mirabolante viaggio terreno che
diventa anche iniziatico.
Il bilanciamento nasce dalla voce che guida e dagli archi che si fanno campo ricettivo e risonante: il
mantra tibetano “Om mani padme hum” associato al Buddha della compassione (simbolo delle più
nobili emozioni umane) trova accoglienza nel tappeto di archi che mostra quel sacro sentiero di
“sottili bellezze” fruibili a pochi!
Mentre la mia voce si muove con umiltà e discrezione, l’orchestrazione plasma il mondo in cui essa
risuona: l’acqua parla e il paesaggio risponde.
5. “Causa sui” parte come un brano quasi pop e poi vira subito in qualcosa di etereo. Ti piace
sovvertire l’aspettativa dell’ascoltatore?
In “Causa sui” il cambio improvviso non è un effetto stilistico ma la coerente traduzione sonora del
testo. Il brano parla di sovrapposizione di stati, di onde di probabilità, di dimensioni che cambiano
a seconda dello sguardo dell’osservatore. All’inizio la musica assume una veste quasi pop perché
rappresenta il “punto intermedio”, lo stato riconoscibile, quello in cui l’ascoltatore si sente a casa.
Ma appena il testo si apre alla fisica quantistica, all’indeterminazione, alla danza delle infinite
possibilità, la musica non può rimanere ferma: anch’essa deve collassare in un’altra forma.
Non si tratta quindi di sorprendere l’ascoltatore, ma di invitarlo a percepire ciò che lo stesso testo
afferma: che la realtà non è solida, che la percezione condiziona tutto e che ogni scelta ne esclude
altre mille. La musica diventa una piccola esperienza di indeterminazione, un modo per far sentire
sulla pelle ciò che le parole raccontano!
6. Ne “L’Arte” il tempo sembra quello di un Andante moderato. Qual è il tuo rapporto con i
tempi “classici” all’interno di una scrittura moderna?
Per me i tempi “classici” non sono regole da rispettare, ma archetipi da evocare, quando
necessario. Un Andante moderato, come quello che attraversa “L’Arte”, è simbolo di un
atteggiamento interiore, un passo che avanza senza fretta, che osserva, che respira, e permette
alla parola di far sedimentare il suo significato. In un’epoca musicale spesso compressa, frenetica o
iper-produttiva, quel tempo sospeso diventa quasi un atto di resistenza.
Usare tempi classici dentro una scrittura moderna mi permette di creare continuità tra passato e
presente, e il mio intento è quello di provare a restituire alla vera Arte il suo incalcolabile valore,
che si esprime quando è frutto dell’ispirazione e del vero servizio umano che si offre
generosamente per portare al mondo la Bellezza rapita dai piani superiori di coscienza.
7. “Moto ritmico del fuoco” presenta archi minacciosi. Come hai ottenuto quella tensione?
C’è stato un riferimento preciso?
La tensione nasce dal testo stesso, che parla di amore e desiderio, di centro e periferia che si
uniscono, della spada che deve essere battuta, lavorata e stressata per essere forgiata nel Fuoco.
Gli archi diventano lo specchio fedele di quel fuoco: minacciosi e pulsanti, scandiscono il ritmo
della trasformazione, come le fiamme che plasmano il metallo (e la coscienza cristallizzata).
Non ho cercato un riferimento preciso a compositori esterni, ma ho lasciato che la musica
nascesse in risonanza con le immagini del testo: ogni movimento orchestrale è nato dalla necessità
di rendere sonora quella tensione, quell’energia viva che non vuole essere aggressiva ma potente
e trasformatrice.
Gli archi minacciosi sono quindi l’espressione del fuoco interiore che brucia, plasma e trasforma,
laddove paura e meraviglia coesistono.
8. “Un’informazione” inizia con piano e archi distanti, poi piano e voce: è come un’eco che
diventa confessione. Come costruisci questi cambi di profondità?
Anche nel brano “Un’informazione” la costruzione della profondità segue il percorso dei contenuti
offerti dal testo. All’inizio, gli archi distanti e sospesi creano uno spazio ampio, quasi cosmico, che
lascia respirare il silenzio e l’attesa: è il momento in cui “niente sembra accadere, eppure ogni cosa
accade”. È un’eco che riflette la percezione limitata dell’io rispetto all’infinta vastità del Fuoco del
Cuore; gli strumenti seguono il ritmo del testo: i momenti di sospensione lasciano spazio
all’ascolto, quelli di intensità sostengono la rivelazione, fino a trasformare ogni muro che crolla in
un “viale di Luce”.
In sostanza, ogni cambiamento orchestrale è un riflesso del cammino interiore che il brano vuole
narrare.
9. “Audacia” è uno dei brani più solari vocalmente, mentre gli archi oscillano tra largo e
andante. Come hai lavorato sull’equilibrio tra luce vocale e sospensione orchestrale?
In “Audacia” volevo che la voce fosse il fulcro luminoso, il sole che guida il cammino laddove gli
archi creano uno spazio sospeso, capace di accogliere quella luce senza opprimerla.
Gli archi oscillano tra largo e andante per dare respiro e profondità: a volte sospendono il tempo,
come per lasciare che l’audacia possa emergere dall’intimità; altre volte sostengono con
delicatezza l’istante, quasi accarezzando la voce.
L’equilibrio nasce dalla tensione tra movimento e sospensione: mentre la voce guida, gli archi
contengono, e insieme tracciano quel sentiero di coraggio, apertura e meraviglia di cui il brano
innalza le lodi.
10. “Gli occhi di mio padre” parte con un piano alla Satie e poi aggiunge archi molto delicati.
Come hai deciso quando farli entrare?
Il pianoforte apre il brano creando uno spazio intimo che permetta al ricordo di riaffiorare in
perfetto accordo con la mente e il cuore: le sue note simboleggiano i primi passi compiuti dentro
gli occhi di mio padre … un ingresso silenzioso che mi ha condotto in quel deserto interiore dove
ho potuto intuire il significato simbolico delle pupille quali portali che conducono verso altri
mondi. Lasciare il piano da solo all’inizio significava rispettare quel varco, ascoltare il respiro
dell’abisso prima di riempirlo di suono.
Gli archi entrano solo quando la visione si apre, quando lo sguardo comincia a salire la “scala della
luce” evocata dal testo: sono come un’onda che accompagna i piccoli pesci mentre nuotano nel
mare delle lacrime, o come il primo bagliore che illumina un mondo nascosto.
Il loro arrivo non si riduce ad una semplice questione tecnica ma è un atto di vero e sacro ascolto.
Quando la coscienza contatta le profondità dell’Essere e quando l’Amore vuole esprimersi per
mezzo della musica, allora gli archi si sollevano, lievi, quasi timidi, per sostenere ciò che il solo
pianoforte non può più contenere.
Così il brano si apre gradualmente, come l’intensità dello sguardo descritto che cela in sé tutto il
mistero delle relazioni umane che caratterizzano questa esistenza.
11. “Filia filii tui” usa harmonium, voce narrata e un piano stridente sotto. Come sei arrivato a
questa scelta così particolare?
Il brano nasce come un passaggio tra diversi piani esistenziali: il risveglio porta ancora con sé
l’impronta della ninna nanna che ha permesso alla coscienza di passare dal mondo astrale a quello
fisico. L’harmonium utilizzato crea un melodioso suono antico che sostiene il mantra presente nel
testo “Hari Om Tat Sat, Om Namah Shivaya Gurave” (che significa “mi inchino al principio
supremo, il maestro interiore, che assume la forma di realtà, coscienza e beatitudine) creando quel
tappeto sacro in cui la coscienza può maturare come “una torcia che brucia, anche solo per un
istante”.
La voce narrata, invece, è il filo che unisce simbolicamente il principio femminile e la sua creatura,
in quel misterioso gesto di “prestarsi gli occhi a vicenda” per imparare a vedere meglio.
L’idea sarebbe quella di guidare, accompagnare e sussurrare dolcemente all’ascoltatore un
insegnamento profondo e sottile che non vuole imporsi.
Il piano stridente sottostante è la frizione necessaria: rappresenta il turbamento, il momento in cui
“mi scopro, mi penso, mi turbo”: l’attrito dell’ego che si incrina mentre il Sé si espande proprio
grazie alla tensione percepita tra luce e ombra, tra la notte oscura dell’anima e l’esplosione della
Luce.
Ho scelto questa combinazione proprio per raccontare quel triplice movimento: il sacro sostiene
(l’harmonium), la coscienza parla (la voce), e l’ego che deve essere purificato percepisce l’attrito (il
piano). Nasce così, un piccolo e sorprendente rituale squisitamente femminile: un invito ad
accogliere, ascoltare e stare, affinché la Forza (quella vera, interiore e profonda) possa essere
percepita e seguita in totale affidamento.
12. In generale, quando componi, parti più spesso da un’immagine, da un accordo o da un
ritmo?
Per me la composizione nasce quasi sempre da un’immagine interiore: una consapevolezza che
affiora come un lampo o un simbolo. È come se il brano esistesse già in potenza e io dovessi
occuparmi semplicemente di tradurlo armoniosamente in musica e parole.
Da lì arrivano gli accordi, che sono il colore dell’immagine, e poi il ritmo, che è il suo respiro; ma il
primo movimento è quasi sempre visivo: un anello di luna, una scala di luce, una stella che guida,
un fuoco che pulsa …
La musica è il modo in cui quelle immagini prendono corpo e diventano vibrazione ed io, in realtà,
mi limito ad ascoltarle mentre si rivelano! Umanamente ho ben pochi meriti …
13. La tua scrittura sembra molto legata al gesto, più che alla forma. Quanto c’è di istintivo e
quanto di architettato in questi arrangiamenti?
La mia scrittura nasce sempre da un movimento interiore, un impulso che arriva prima della
struttura e in quell’attimo, credo si esprima la magia della “pura ispirazione”: il momento in cui il
suono e le parole si offrono generosamente a me senza che io lo cerchi.
Ma una volta colto quel primo fuoco, inizia il lavoro di architettura: capire come sostenere il
messaggio, come esprimerlo, come dargli lo spazio e giusta direzione. I miei arrangiamenti sono un
equilibrio tra queste due forze: l’intuizione pura che accende, e la costruzione consapevole che
custodisce la scintilla senza soffocarla o alterarla vibrazionalmente.
In fondo è proprio come accade nei delicati processi della vita interiore: il lampo arriva dall’alto,
ma la forma e le relative connessioni logiche vanno intessute con pazienza, rispetto e ascolto.
13. Hai un momento preferito, in tutto il disco, in cui senti di aver raggiunto esattamente la
forma sonora che cercavi?
In realtà non ho mai cercato una forma sonora precisa: non creo musica per arrivare a un modello
prestabilito, ma per seguire un’intuizione e lasciare che trovi il campo giusto in cui esprimersi.
Ogni brano mi ha sorpreso in modi diversi, proprio perché assistevo come spettatore traboccante
di gratitudine, in attento e rispettoso ascolto, ciò che stava per emergere.
E per me, è stata davvero una meravigliosa esperienza portare nel panorama musicale di
quest’epoca “Via Ignis”, perché scardina completamente il modo in cui oggi si crede (quasi sempre
illusoriamente) di fare musica. Ma questa è un’altra storia …
martedì 11 novembre 2025
Rescue Zone presentano
il video di Bed, un bellissimo concept video con atmosfere tra il dark e il
sognante
https://youtu.be/5QdGz0M2Kmc?si=FSTgxb4s9jvoGavw
IL BRANO
“Bed” si esprime in modo
distaccato dalla persona e racconta la condizione che ognuno di noi vive dentro
le proprie paure e insicurezze. Mostra come queste ci facciano sentire
oppressi, inadeguati e costantemente in conflitto con noi stessi.
È una spinta alla ribellione, prima
verso le nostre stesse gabbie interiori, per provare a uscire da quelle
situazioni che creiamo con gesti istintivi e affrettati. Ci ricorda che tutto
ciò di cui abbiamo bisogno va cercato ed ottenuto senza compromessi e paura.
Ogni riferimento rimanda a momenti di
riflessione; ogni domanda cerca una risposta, senza sapere se sarà davvero
quella giusta. Il brano racconta il passaggio dalla quiete apatica alla
ribellione, nella ricerca di una risoluzione personale.
IL VIDEO
Il video di Bed si apre con una mano
sanguinante e una camminata lenta, come se il pericolo fosse ormai alle spalle.
È solo una tregua illusoria: ciò che inquieta dentro non ha mai smesso di
muoversi. La cattura e il sacco calato sulla testa segnano il ritorno inevitabile
di quelle ombre.
Su un materasso, il corpo giace con il
volto coperto dallo stesso sacco. Mani che vagano ai lati sfiorano lo spazio
attorno, presenze che tornano a manifestarsi e richiamano ciò che era stato
messo a tacere.
Sul tavolo, circondato da figure mute,
una mano scivola dall’addome
al volto: un contatto che rivela la verità nascosta, come se ciò da cui si
fugge trovasse comunque il modo di manifestarsi.
Nel bagno, immerso nell’abbandono,
tutto si ribalta: chi tentava di fuggire diventa preda, e ciò che sembrava
distante prende il controllo. Il trascinamento per i piedi legati e il cerchio
rituale mostrano l’esposizione totale
alle proprie paure.
Nella sepoltura nasce un impulso di
ribellione, un gesto istintivo per non lasciarsi inghiottire definitivamente.
La corsa ritorna, tra cadute e riprese, fino alla stessa mano sanguinante che
chiude il video, identica all’inizio: il
confronto con sé stessi non finisce,
ritorna ciclicamente allo stesso varco.
BIOGRAFIA
I Rescue Zone si formano nel 2024,
dall’incontro tra cinque musicisti
decisi a trasformare le proprie esperienze in qualcosa di autentico e potente.
Tutto parte quando Emanuele, voce della band, contatta Nicola, bassista, nel
settembre dello stesso anno. Con Andrea alla batteria – compagno di palco di
lunga data di Nicola – e i chitarristi Alice e Raffaello, vecchi amici uniti
dalla stessa urgenza creativa, la formazione prende rapidamente vita.
Le loro influenze diverse si fondono
in un sound diretto, energico e moderno, dove melodia e impatto convivono in
perfetto equilibrio.
A giugno 2025 pubblicano il primo
singolo, “Get Away”, seguito da “Bed”, due brani che segnano l’inizio
del percorso dei Rescue Zone: una band che mette al centro l’istinto,
la coesione e la voglia di suonare senza compromessi.
martedì 7 ottobre 2025
Leon seti presenta Oh London!
https://open.spotify.com/intl-it/album/4b9wSoqy40Aj7Fsz7KYz9e?si=lLab2b8fQIirfaJR33qFww
Nel comunicato
hai scritto; Leon
Seti si presenta come una divinità dell’estate tardiva. Come vivi l’autunno ora
che l’estate è finita?
In realtá per me l’autunno é la stagione piú bella di tutte. Lo so
che ho scritto dei pezzi estivi, ma il momento migliore dell’estate per me é
proprio la fine, dove le cose cominciano a riposarsi, dopo mesi di frenesia e
caldo.
• Raccontaci una tua giornata tipo.
Una mia giornata tipo comincia con me che mi sveglio alle 6,
comincio a lavorare (faccio l’editor oltre alla musica, per sostenermi e pagare
l’affitto), pianifico i miei post su tik tok e instagram, vado all’universitá
dove sto seguendo i corsi per il mio secondo master, e poi verso le 5 torno a
casa in bicicletta e svengo sul letto.
Londra..una città in continua evoluzione…
Come la definiresti ora, 2025..?
Londra per me é la cittá del cambiamento, io ci ho vissuto dal
2017 fino al 2021 e sebbene sia stata una dura esperienza, rimarrá per sempre
nei miei ricordi e nel cuore.
• quale artista prendi come modello per le
tue canzoni?
Io amo Bjork, Madonna, Peter Gabriel, Banks, Lady Gaga… peró le
mie ispirazioni possono arrivare da qualsiasi artista e canzone, dipende dal
momento.
• Come curi il tuo look artistico?
Il mio look fa parte della mia visione di un progetto. Ogni
canzone e album che faccio ha uno stile e un mondo dietro, il mio look segue
sempre il tema.
• Se potessi rinascere quale periodo
musicale sceglieresti?
Beh forse sceglierei gli anni 80, non per altro, ma sembra che a
quel tempo l’industria fosse piú sperimentale, e non serviva cominciare un
business sui social per farsi notare.
"Oh, London", il nuovo EP di Leon Seti, è un’esaltazione poetica della tarda estate: quella fase
sospesa tra la luce e la malinconia, dove i giorni sembrano allungarsi
nell’aria calda e i ricordi iniziano già a sbiadire. Quattro tracce intime e
cinematografiche raccontano emozioni effimere e nostalgiche, tipiche di una
stagione che si spegne lentamente, lasciando spazio ai sogni, all’attesa e a una
dolce inquietudine.
L’EP si apre
con “August”, il primo singolo, che
ne definisce subito l’atmosfera: calda, avvolgente, come il vento di fine
agosto. Il brano è un racconto delicato di un amore passato, tra sussurri
elettronici e malinconie luminose.
Segue “Bluffer”, una traccia travolgente e
giocosa, che si fa portavoce di una rabbia euforica: cori stratificati e synth
brillanti creano un inno liberatorio che sbeffeggia tutti i detrattori di Seti
e la sua esperienza nel mondo della musica.
La title
track, “Oh, London”, arriva come una
brezza al tramonto. Parte tranquilla, cresce lentamente e si apre in un finale
corale con un beat e campane che richiamano la capitale britannica. Il brano è
una riflessione intensa sul rapporto ambivalente che Leon Seti intrattiene con
la città che lo ha accolto per anni: un intreccio profondo di amore,
frustrazione, crescita e conquista e che, come dice nel pezzo, lo riporta
sempre allo stesso punto.
A chiudere il
progetto è “Universe”, una sorta di
notturno stellare, come la sera di San Lorenzo: una ballata che volge lo
sguardo al cielo, riflettendo sull’amore e sul nostro posto nell’infinito. Una
canzone dedicata al partner di Leon che ci ricorda quanto siamo grandi e
piccoli allo stesso tempo, parte dello stesso universo.
Con questo
nuovo lavoro, Leon Seti si presenta come una divinità dell’estate tardiva:
un’immagine mitica e contemporanea, con spighe tra i capelli e melodie cariche
di speranza, desiderio e luce lontana.
Leon: “Oh,
London è un piccolo rituale pop, un invito a perdersi nei ricordi e nelle
promesse dell’estate che finisce e un assaggio di quello che verrá.”
martedì 30 settembre 2025
Slow Rush presentano il video Be Your Movie... estetica tra
il pop, il kitsch e il trash... brano power pop con attitudine punk
Link a YouTube:
https://www.youtube.com/watch?v=4-ZosMo5hg8
Intro/Descrizione
video:
Be Your Movie,
ideato dagli Slow Rush e diretto da Alberto Frisinghelli, trasformano un brano
già di per sé carico di riferimenti pop e nostalgia in un vero e proprio
videoclip surreale. Il video si muove tra commedia e sogno ad occhi aperti,
senza mai prendersi troppo sul serio, ma riuscendo al tempo stesso a
fotografare perfettamente lo spirito del pezzo.
Il titolo è il
cuore del gioco: Be Your Movie diventa sia una dedica romantica che
un’irresistibile onomatopea campagnola (moo-vie), e il video sfrutta questo
doppio registro con una serie di scene volutamente sopra le righe. Vediamo così
mucche che rincorrono i protagonisti, sirenetti con barba e baffi, stanze anni
2000 tappezzate di VHS e poster, fino a telefonate infinite fatte da banane
umane che chiamano altre banane. Ogni sequenza è un omaggio ironico e
affettuoso all’immaginario adolescenziale che ha nutrito una generazione, tra
teen drama americani e pomeriggi passati davanti alla TV.
La forza del video sta proprio nell’abilità di mischiare i registri: il tono
goliardico e leggero non cancella la profondità del senso del testo, ma la
amplifica, mettendo in scena quel senso di confusione brillante che accompagna
le prime scoperte, i primi innamoramenti e i primi desideri che non
corrispondono a ciò che il mondo si aspetta da te. È un linguaggio visivo che
sembra dire: “sì, è tutto assurdo, eppure siamo esattamente qui, dentro questa
assurdità, a riconoscerci”.
E se la componente estetica guarda dichiaratamente al kitsch e al trash
consapevole (camerette colorate, glitter ovunque, accessori fuori moda tornati
cool), a dare sostanza al tutto è il finale: una panoramica su Vicenza, la
città natale del trio. Una chiusura semplice ma potentissima, che riporta il
racconto all’origine, mostrando che dietro le parodie e i travestimenti c’è un
gruppo che non ha paura di dichiarare da dove viene e cosa sogna di diventare.
Be Your Movie non è
solo un video, ma un manifesto di intenti: gli Slow Rush non si limitano a
citare la cultura pop, la vivono, la deformano e la restituiscono con la
freschezza di chi vuole divertirsi ma anche lasciare un segno.
Autoironia punk e libertà queer, un piccolo cult in potenza, capace di parlare
a chiunque sia cresciuto con cartoni animati, VHS impazzite e crush
impossibili.
Biografia band:
Gli Slow Rush nascono nel 2020 a
Vicenza e suonano con l'urgenza di chi sa che perdere tutto non è un'opzione.
Emo-core, alternative rock, il suono di una VHS che si inceppa a metà di una
scena che avresti voluto rivedere e un approccio “take-it-or-leave-it” che
celebra l’autenticità sopra ogni compromesso con un’identità che oscilla tra
l’accettazione del disagio e l'introspezione.
Slow Rush è molto più di un
semplice progetto musicale: è un viaggio interiore che propone di mettere a
nudo la verità, come una lente che indaga la realtà delle emozioni e dei
pensieri nascosti, sfidando le convenzioni stilistiche musicali di un panorama stracolmo
di falsità confezionate, scegliendo sempre la strada dell'autenticità cruda.
Anche quando fa male.
presenta
"TI PRENDI IL MIO TEMPO"
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ACCAME
- TI PRENDI IL MIO TEMPO
Virgolettato
Ti prendi il mio tempo nasce nei primi anni
di approccio al cantautorato, intorno al 2012 e parla di una storia d’amore
dove gli equilibri non sono paritari; la parte forte prevale su quella più
debole e la prevarica, costringendola a sottomettersi al suo volere emotivo
Nasce così un rapporto malato, fatto di
decisioni prese solamente da una sponda, induzione a sensi di colpa inesistenti
e tossicità sentimentale continua
Non è mai facile uscire da una situazione
così perché si diventa succubi dell’altro, si ha paura a dire come ci si sente
e di conseguenza ci si spegne lentamente, credendo di essere noi la parte
sbagliata
Ma non è mai tardi per accorgersi che è
arrivato il momento di porre fine a questo massacro, ci vuole solo la giusta
dose di coraggio che arriva quando si è sfiniti e svuotati da una situazione
che non ci appartiene più
E quando arriva, il grido di rabbia e di
disperazione si fa grande e travolge tutto e tutti come un fiume in piena; il
risultato è la fine della relazione e la consapevolezza di una nuova solitudine
che ci farà bene, in quanto come un terreno lasciato a riposo ci preparerà
sicuramente ad un nuovo inizio
“la luce mi sveglia e intorno a me c'è solo
silenzio e questa polvere” dice un passaggio della canzone, niente di
più vero; nella vita spesso e volentieri quando si dice la verità ci si ritrova
sempre soli e l’unica compagnia è la polvere sul pavimento, illuminata dalla
luce che filtra dalle persiane di un nuovo giorno ma con il quale non siamo
ancora abituati a fare i conti
Ma veniamo alla musica: arrangiamento
pop/rock con influenze dei primi anni 2000; chitarre acustiche leggermente
scure e ritmate, tastiere costanti che sembrano quasi tenere il tempo, chitarre
elettriche che entrano con rabbia nei ritornelli e che sembrano urlare tutto il
loro sdegno, batteria e basso sincopati che richiamano a sonorità hip pop,
campionature elettroniche ridotte al minimo ma con un omaggio nell’assolo alla
musica rock alternativa e sinfonie dettate dagli archi nel finale, che aprono
ad un ambiente sonoro cinematico e coinvolgente per l’ascoltatore
Nella canzone sono state registrate 14 voci
tra principali, secondarie, cori e armonizzazioni, tutte fatte dal
sottoscritto, ci tengo a ribadirlo perché la cura del dettaglio è diventata
ormai il credo costante nella mia musica
Un ringraziamento in particolare e come
sempre va alla mia “squadra” e quindi
- Fabio De Angelis che ha curato produzione e
arrangiamenti nonché mix e master
- Gabriele Pallanca della Genova records che
è il mio vocal coach nonché lo studio dove registro le voci delle mie canzoni
- Studio Pianigiani Enrico, dove ho trovato
l’ambiente perfetto per suonare le mie chitarre
TI PRENDI IL MIO TEMPO
ti prendi il mio tempo ti prendi tutto di noi
ti prendi il mio tempo ti prendi quello che vuoi
hai sempre deciso di testa tua
ho sempre respinto la noia
pensavo che fosse soltanto la mia
e adesso dammi un motivo perché no
non è stato poi tutto sbagliato
ma adesso fai un tentativo?
non si può provare a nascondere il passato
i giorni che passano così non hanno nessun significato
ti prendi il mio tempo senza noi
ti prendi il mio tempo ti prendi tutto di noi
ti prendi il mio tempo e ne fai quello che vuoi
hai sempre deciso di testa tua
ho sempre respinto la voglia
pensavo che fosse la mia fantasia
e adesso dammi un motivo perché no
non è stato poi tutto sbagliato
ma adesso fai un tentativo?
non si può provare a confondere il passato
i giorni che passano così non hanno nessun significato
ti prendi il mio tempo senza noi
ma questo sogno è svanito come le parole di un film dimenticato
ma adesso il tempo è finito come le speranze di un uomo
condannato
la luce mi sveglia e intorno a me c'è solo silenzio e questa
polvere
ti prendi il mio tempo senza noi
ti prendi il mio tempo senza noi
ti prendi il mio tempo senza noi
riprendo il mio tempo senza noi
ACCAME
- Biografia
Accame
è il nome d'arte del cantautore ligure
Giuseppe Accame
Egli
è avvicinato al cantautorato grazie allo studio della chitarra acustica,
strumento che utilizza principalmente nelle sue produzioni
Il
suo viaggio nella musica inizia nel 2023 con lo pseudonimo di Giù
pubblicando l'EP "Ragazza Rossetto Fragola" una raccolta di
quattro canzoni che parlano d’amore senza tanti compromessi e giri di parole
Il
2024 si apre con la pubblicazione del suo secondo EP "Non doveva andare
così" prodotto interamente in casa e di altri due singoli
"Dimmi che lo sai" canzone che tratta la paura del futuro incerto
e "Lacrime di Venere" ispirata dal film The Aeronauts
E'
a questo punto che Giuseppe decide di dare una svolta diversa al suo progetto,
questo per dare maggiore identità e professionalità e cambia nome in
semplicemente Accame
Da
questo momento le sue produzioni verranno fatte interamente in studio e
avvalendosi di personale altamente qualificato e del settore (arrangiatori,
musicisti, fonici, ingegneri del suono, grafici, videomaker, ufficio stampa,
ecc.)
Accame
crea così la sua “squadra perfetta” per il suo intento artistico
Il finale del 2024 è foriero di molte
novità e vede l’uscita del suo primo singolo in questa nuova veste che poi è un
remix, in vista della stagione estiva, di un brano precedentemente pubblicato e
cioè "Estate da rich remastered summer 2024" canzone che
scherza bonariamente sull’utilizzo dei social ai fini di immagine, seguito
cronologicamente da “Le mie cure” canzone contro le ingiustizie e la
prepotenza dei grandi della terra e che vanta la speciale partecipazione delle
voci bianche del Piccolo Coro Anna e Aldo Faldi di Lavagna (GE), “La
storia di un minuto” che racconta di un incontro inaspettato e
“Colpo di Fulmine” una dedica al sentimento più importante che c’è
Il 2025 si apre con la pubblicazione
di “Siamo ancora qui”, una ballata rock malinconica con i ricordi della
generazione anni 60/80 e con “Non sarà facile” una canzone che parla di
un tema delicato, la guerra e i conflitti armati. L’estate vede uscire “Fino
a tre”, una riflessione interiore che parla di tutto quello che ci viene a
mancare quando un rapporto finisce
Il
suo genere di riferimento è il Cantautorato-Pop ma Accame ama spaziare anche
con contaminazioni di tipo British, Country, Rock ed Elettronico, cercando
sempre il migliore vestito per le proprie canzoni
link
pagine e social
https://www.instagram.com/accamegiuseppe
https://www.facebook.com/AccameGiuseppe
https://open.spotify.com/intl-it/artist/1OS86tWN9HHJMpTG2RAbO2
https://open.spotify.com/intl-it/artist/5NSuwMDErrgf5Ix3lbIsAY
https://www.youtube.com/@AccameGiuseppe



