Emidio de Berardinis
presenta
VIA IGNIS...
https://open.spotify.com/intl-it/album/2z2jf1h7hZLQkrfMTNQPNe?si=KwqWYQ6cRNuauQai0eNOew
Quest'opera prima è il risultato di
un'alchimia scaturita da profonde riflessioni:
le creazioni, infatti, nella
dimensione duale, possono generare solo dall'attrito.
L'esperienza
diretta ha promosso, quindi, la nascita della vera scienza perfettamente associabile alla vera spiritualità basate necessariamente, entrambe, sul sapere che
l'Uomo deve scegliere per potersi
trasformare in mago e rendere la
vita una bellissima e sacra cerimonia.
E
così, ciò che è sopra si riflette in
ciò che è sotto e viceversa: il sottosopra è l'inevitabile disordine
precursore del potere che scaturisce
dalla nascita del vero uomo,
completo e perfetto ad immagine speculare del suo Creatore.
La
coscienza umana stabilmente integrata in questa consapevolezza può giungere
alla liberazione totale e uscire dalla ruota
del Samsara, esperendo l'unica vera iniziazione possibile: iniziare il viaggio che integra la forza attiva e l'accoglienza
passiva ribaltando ogni illusoria
sicurezza e trovando la via della Salvezza.
L’intervista
1. L’album sembra costruirsi su un asse piano–archi. Perché hai scelto questa combinazione
come fondamento sonoro del progetto?
Ho scelto il pianoforte perché per me è un luogo di intimità, di silenzi e rivelazioni … lo strumento
che più facilmente mi permette di ascoltare ciò che si muove dentro e dare voce al respiro
interiore.
Gli archi, invece, portano la dimensione del movimento, della tensione, dell’energia viva: possono
tradursi in carezza o tempesta, luce o struttura pesante.
In “Via Ignis” questa combinazione diventa il veicolo ideale del fuoco trasformativo: il pianoforte
crea lo spazio e la quiete necessaria affinché il fuoco possa essere ascoltato; gli archi danno forma
alle sue innumerevoli funzioni: scaldano, illuminano, ardono ... Insieme, costruiscono una
traiettoria sonora che, ovviamente, non descrive il fuoco, ma lo rende percepibile: è un asse
semplice e allo stesso tempo molto profondo, in grado di sostenere l'intero viaggio del disco.
2. “I fiori del fuoco” ha un’impronta malinconica e richiama certe atmosfere di Battiato. Come
hai lavorato al dialogo tra piano e archi in questo brano?
Nel lavorare a “I fiori del fuoco” avevo chiaro che il piano e gli archi dovessero dialogare come due
respiri diversi dello stesso Essere. Il pianoforte apre il brano con una luminosa malinconia che
invita alla delicatezza: è la voce che sussurra “non temere”, associata, simbolicamente, alla parte
più fragile e umana. Gli archi entrano come un soffio che allarga lo spazio, portando con sé un’aria
di futuro e un movimento che tende verso l’alto.
Il riferimento a Battiato, se c’è, nasce spontaneamente: da lui ho ereditato non tanto uno stile
quanto un’attitudine alla trascendenza, a lasciare che la musica apra varchi …
3. “Profonde altezze” e “Il pensatore” condividono una base simile, ma nel secondo gli archi
diventano quasi ritmici. Quando decidi che gli archi devono sostenere e quando devono
spingere?
La scelta nasce sempre in funzione al testo. “Profonde altezze” è un brano che vive di sospensione:
un invito a restare nel presente (senza cercare di possederlo) e ad aprirsi alla vita senza paura: è
un cammino di fiducia, di spazio e di respiro. E per questa ragione gli archi sostengono il
messaggio: sono come un vento che mantiene il cielo limpido e aperto … una presenza che non
sospinge deliberatamente verso direzioni precise ma accompagna con dolcezza l’ascoltatore nella
vastità e nel mistero.
“Il pensatore”, invece, è un testo pregno di vigilanza interiore e canta della coscienza che si
modella attraverso la costanza, il fluire e la battaglia sottile. In questo contesto gli archi non
possono essere statici: portano il movimento e incarnano quella “attrazione e pulsazione” di cui
parla il testo.
Certo, spingono perché il brano stesso spinge: è un invito a svegliarsi, a non cadere nella
ripetizione meccanica orizzontale e a salire sulle “ali di luce”.
4. In “Il portatore d’acqua” gli archi diventano cinematici e la voce si fa più tenue del solito.
Come hai bilanciato narrazione vocale e paesaggio orchestrale?
Nel “Portatore d’acqua” la voce non può imporsi: deve scendere, farsi morbida, quasi impalpabile.
Il testo, infatti, invita chi ascolta a portare il respiro “proprio lì, dove fa male”, riferendosi alle
emozioni più dolorose che possono trovare guarigione solo elevandosi al cuore che si occuperà
della loro purificazione. Questa dinamica richiede una voce che non domini, ma che guidi con
discrezione ed estrema delicatezza il processo. Gli archi, invece, diventano cinematici perché
rappresentano il paesaggio della discesa negli strati più oscuri (incontro con Ade), il movimento
ascensionale delle acque (innalzamento sulle vette), e la contemplazione silenziosa del Giardino
dello Spirito. La loro ampiezza orchestrale dà forma a quel mirabolante viaggio terreno che
diventa anche iniziatico.
Il bilanciamento nasce dalla voce che guida e dagli archi che si fanno campo ricettivo e risonante: il
mantra tibetano “Om mani padme hum” associato al Buddha della compassione (simbolo delle più
nobili emozioni umane) trova accoglienza nel tappeto di archi che mostra quel sacro sentiero di
“sottili bellezze” fruibili a pochi!
Mentre la mia voce si muove con umiltà e discrezione, l’orchestrazione plasma il mondo in cui essa
risuona: l’acqua parla e il paesaggio risponde.
5. “Causa sui” parte come un brano quasi pop e poi vira subito in qualcosa di etereo. Ti piace
sovvertire l’aspettativa dell’ascoltatore?
In “Causa sui” il cambio improvviso non è un effetto stilistico ma la coerente traduzione sonora del
testo. Il brano parla di sovrapposizione di stati, di onde di probabilità, di dimensioni che cambiano
a seconda dello sguardo dell’osservatore. All’inizio la musica assume una veste quasi pop perché
rappresenta il “punto intermedio”, lo stato riconoscibile, quello in cui l’ascoltatore si sente a casa.
Ma appena il testo si apre alla fisica quantistica, all’indeterminazione, alla danza delle infinite
possibilità, la musica non può rimanere ferma: anch’essa deve collassare in un’altra forma.
Non si tratta quindi di sorprendere l’ascoltatore, ma di invitarlo a percepire ciò che lo stesso testo
afferma: che la realtà non è solida, che la percezione condiziona tutto e che ogni scelta ne esclude
altre mille. La musica diventa una piccola esperienza di indeterminazione, un modo per far sentire
sulla pelle ciò che le parole raccontano!
6. Ne “L’Arte” il tempo sembra quello di un Andante moderato. Qual è il tuo rapporto con i
tempi “classici” all’interno di una scrittura moderna?
Per me i tempi “classici” non sono regole da rispettare, ma archetipi da evocare, quando
necessario. Un Andante moderato, come quello che attraversa “L’Arte”, è simbolo di un
atteggiamento interiore, un passo che avanza senza fretta, che osserva, che respira, e permette
alla parola di far sedimentare il suo significato. In un’epoca musicale spesso compressa, frenetica o
iper-produttiva, quel tempo sospeso diventa quasi un atto di resistenza.
Usare tempi classici dentro una scrittura moderna mi permette di creare continuità tra passato e
presente, e il mio intento è quello di provare a restituire alla vera Arte il suo incalcolabile valore,
che si esprime quando è frutto dell’ispirazione e del vero servizio umano che si offre
generosamente per portare al mondo la Bellezza rapita dai piani superiori di coscienza.
7. “Moto ritmico del fuoco” presenta archi minacciosi. Come hai ottenuto quella tensione?
C’è stato un riferimento preciso?
La tensione nasce dal testo stesso, che parla di amore e desiderio, di centro e periferia che si
uniscono, della spada che deve essere battuta, lavorata e stressata per essere forgiata nel Fuoco.
Gli archi diventano lo specchio fedele di quel fuoco: minacciosi e pulsanti, scandiscono il ritmo
della trasformazione, come le fiamme che plasmano il metallo (e la coscienza cristallizzata).
Non ho cercato un riferimento preciso a compositori esterni, ma ho lasciato che la musica
nascesse in risonanza con le immagini del testo: ogni movimento orchestrale è nato dalla necessità
di rendere sonora quella tensione, quell’energia viva che non vuole essere aggressiva ma potente
e trasformatrice.
Gli archi minacciosi sono quindi l’espressione del fuoco interiore che brucia, plasma e trasforma,
laddove paura e meraviglia coesistono.
8. “Un’informazione” inizia con piano e archi distanti, poi piano e voce: è come un’eco che
diventa confessione. Come costruisci questi cambi di profondità?
Anche nel brano “Un’informazione” la costruzione della profondità segue il percorso dei contenuti
offerti dal testo. All’inizio, gli archi distanti e sospesi creano uno spazio ampio, quasi cosmico, che
lascia respirare il silenzio e l’attesa: è il momento in cui “niente sembra accadere, eppure ogni cosa
accade”. È un’eco che riflette la percezione limitata dell’io rispetto all’infinta vastità del Fuoco del
Cuore; gli strumenti seguono il ritmo del testo: i momenti di sospensione lasciano spazio
all’ascolto, quelli di intensità sostengono la rivelazione, fino a trasformare ogni muro che crolla in
un “viale di Luce”.
In sostanza, ogni cambiamento orchestrale è un riflesso del cammino interiore che il brano vuole
narrare.
9. “Audacia” è uno dei brani più solari vocalmente, mentre gli archi oscillano tra largo e
andante. Come hai lavorato sull’equilibrio tra luce vocale e sospensione orchestrale?
In “Audacia” volevo che la voce fosse il fulcro luminoso, il sole che guida il cammino laddove gli
archi creano uno spazio sospeso, capace di accogliere quella luce senza opprimerla.
Gli archi oscillano tra largo e andante per dare respiro e profondità: a volte sospendono il tempo,
come per lasciare che l’audacia possa emergere dall’intimità; altre volte sostengono con
delicatezza l’istante, quasi accarezzando la voce.
L’equilibrio nasce dalla tensione tra movimento e sospensione: mentre la voce guida, gli archi
contengono, e insieme tracciano quel sentiero di coraggio, apertura e meraviglia di cui il brano
innalza le lodi.
10. “Gli occhi di mio padre” parte con un piano alla Satie e poi aggiunge archi molto delicati.
Come hai deciso quando farli entrare?
Il pianoforte apre il brano creando uno spazio intimo che permetta al ricordo di riaffiorare in
perfetto accordo con la mente e il cuore: le sue note simboleggiano i primi passi compiuti dentro
gli occhi di mio padre … un ingresso silenzioso che mi ha condotto in quel deserto interiore dove
ho potuto intuire il significato simbolico delle pupille quali portali che conducono verso altri
mondi. Lasciare il piano da solo all’inizio significava rispettare quel varco, ascoltare il respiro
dell’abisso prima di riempirlo di suono.
Gli archi entrano solo quando la visione si apre, quando lo sguardo comincia a salire la “scala della
luce” evocata dal testo: sono come un’onda che accompagna i piccoli pesci mentre nuotano nel
mare delle lacrime, o come il primo bagliore che illumina un mondo nascosto.
Il loro arrivo non si riduce ad una semplice questione tecnica ma è un atto di vero e sacro ascolto.
Quando la coscienza contatta le profondità dell’Essere e quando l’Amore vuole esprimersi per
mezzo della musica, allora gli archi si sollevano, lievi, quasi timidi, per sostenere ciò che il solo
pianoforte non può più contenere.
Così il brano si apre gradualmente, come l’intensità dello sguardo descritto che cela in sé tutto il
mistero delle relazioni umane che caratterizzano questa esistenza.
11. “Filia filii tui” usa harmonium, voce narrata e un piano stridente sotto. Come sei arrivato a
questa scelta così particolare?
Il brano nasce come un passaggio tra diversi piani esistenziali: il risveglio porta ancora con sé
l’impronta della ninna nanna che ha permesso alla coscienza di passare dal mondo astrale a quello
fisico. L’harmonium utilizzato crea un melodioso suono antico che sostiene il mantra presente nel
testo “Hari Om Tat Sat, Om Namah Shivaya Gurave” (che significa “mi inchino al principio
supremo, il maestro interiore, che assume la forma di realtà, coscienza e beatitudine) creando quel
tappeto sacro in cui la coscienza può maturare come “una torcia che brucia, anche solo per un
istante”.
La voce narrata, invece, è il filo che unisce simbolicamente il principio femminile e la sua creatura,
in quel misterioso gesto di “prestarsi gli occhi a vicenda” per imparare a vedere meglio.
L’idea sarebbe quella di guidare, accompagnare e sussurrare dolcemente all’ascoltatore un
insegnamento profondo e sottile che non vuole imporsi.
Il piano stridente sottostante è la frizione necessaria: rappresenta il turbamento, il momento in cui
“mi scopro, mi penso, mi turbo”: l’attrito dell’ego che si incrina mentre il Sé si espande proprio
grazie alla tensione percepita tra luce e ombra, tra la notte oscura dell’anima e l’esplosione della
Luce.
Ho scelto questa combinazione proprio per raccontare quel triplice movimento: il sacro sostiene
(l’harmonium), la coscienza parla (la voce), e l’ego che deve essere purificato percepisce l’attrito (il
piano). Nasce così, un piccolo e sorprendente rituale squisitamente femminile: un invito ad
accogliere, ascoltare e stare, affinché la Forza (quella vera, interiore e profonda) possa essere
percepita e seguita in totale affidamento.
12. In generale, quando componi, parti più spesso da un’immagine, da un accordo o da un
ritmo?
Per me la composizione nasce quasi sempre da un’immagine interiore: una consapevolezza che
affiora come un lampo o un simbolo. È come se il brano esistesse già in potenza e io dovessi
occuparmi semplicemente di tradurlo armoniosamente in musica e parole.
Da lì arrivano gli accordi, che sono il colore dell’immagine, e poi il ritmo, che è il suo respiro; ma il
primo movimento è quasi sempre visivo: un anello di luna, una scala di luce, una stella che guida,
un fuoco che pulsa …
La musica è il modo in cui quelle immagini prendono corpo e diventano vibrazione ed io, in realtà,
mi limito ad ascoltarle mentre si rivelano! Umanamente ho ben pochi meriti …
13. La tua scrittura sembra molto legata al gesto, più che alla forma. Quanto c’è di istintivo e
quanto di architettato in questi arrangiamenti?
La mia scrittura nasce sempre da un movimento interiore, un impulso che arriva prima della
struttura e in quell’attimo, credo si esprima la magia della “pura ispirazione”: il momento in cui il
suono e le parole si offrono generosamente a me senza che io lo cerchi.
Ma una volta colto quel primo fuoco, inizia il lavoro di architettura: capire come sostenere il
messaggio, come esprimerlo, come dargli lo spazio e giusta direzione. I miei arrangiamenti sono un
equilibrio tra queste due forze: l’intuizione pura che accende, e la costruzione consapevole che
custodisce la scintilla senza soffocarla o alterarla vibrazionalmente.
In fondo è proprio come accade nei delicati processi della vita interiore: il lampo arriva dall’alto,
ma la forma e le relative connessioni logiche vanno intessute con pazienza, rispetto e ascolto.
13. Hai un momento preferito, in tutto il disco, in cui senti di aver raggiunto esattamente la
forma sonora che cercavi?
In realtà non ho mai cercato una forma sonora precisa: non creo musica per arrivare a un modello
prestabilito, ma per seguire un’intuizione e lasciare che trovi il campo giusto in cui esprimersi.
Ogni brano mi ha sorpreso in modi diversi, proprio perché assistevo come spettatore traboccante
di gratitudine, in attento e rispettoso ascolto, ciò che stava per emergere.
E per me, è stata davvero una meravigliosa esperienza portare nel panorama musicale di
quest’epoca “Via Ignis”, perché scardina completamente il modo in cui oggi si crede (quasi sempre
illusoriamente) di fare musica. Ma questa è un’altra storia …
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