lunedì 29 dicembre 2025

 Emidio de Berardinis

presenta

VIA IGNIS...

https://open.spotify.com/intl-it/album/2z2jf1h7hZLQkrfMTNQPNe?si=KwqWYQ6cRNuauQai0eNOew

 

 

Quest'opera prima è il risultato di un'alchimia scaturita da profonde riflessioni: le creazioni, infatti, nella dimensione duale, possono generare solo dall'attrito.

L'esperienza diretta ha promosso, quindi, la nascita della vera scienza perfettamente associabile alla vera spiritualità basate necessariamente, entrambe, sul sapere che l'Uomo deve scegliere per potersi trasformare in mago e rendere la vita una bellissima e sacra cerimonia.

E così, ciò che è sopra si riflette in ciò che è sotto e viceversa: il sottosopra è l'inevitabile disordine precursore del potere che scaturisce dalla nascita del vero uomo, completo e perfetto ad immagine speculare del suo Creatore.

La coscienza umana stabilmente integrata in questa consapevolezza può giungere alla liberazione totale e uscire dalla ruota del Samsara, esperendo l'unica vera iniziazione possibile: iniziare il viaggio che integra la forza attiva e l'accoglienza passiva ribaltando ogni illusoria sicurezza e trovando la via della Salvezza.

 

L’intervista 


1. L’album sembra costruirsi su un asse piano–archi. Perché hai scelto questa combinazione

come fondamento sonoro del progetto?

Ho scelto il pianoforte perché per me è un luogo di intimità, di silenzi e rivelazioni … lo strumento

che più facilmente mi permette di ascoltare ciò che si muove dentro e dare voce al respiro

interiore.

Gli archi, invece, portano la dimensione del movimento, della tensione, dell’energia viva: possono

tradursi in carezza o tempesta, luce o struttura pesante.

In “Via Ignis” questa combinazione diventa il veicolo ideale del fuoco trasformativo: il pianoforte

crea lo spazio e la quiete necessaria affinché il fuoco possa essere ascoltato; gli archi danno forma

alle sue innumerevoli funzioni: scaldano, illuminano, ardono ... Insieme, costruiscono una

traiettoria sonora che, ovviamente, non descrive il fuoco, ma lo rende percepibile: è un asse

semplice e allo stesso tempo molto profondo, in grado di sostenere l'intero viaggio del disco.

2. “I fiori del fuoco” ha un’impronta malinconica e richiama certe atmosfere di Battiato. Come

hai lavorato al dialogo tra piano e archi in questo brano?

Nel lavorare a “I fiori del fuoco” avevo chiaro che il piano e gli archi dovessero dialogare come due

respiri diversi dello stesso Essere. Il pianoforte apre il brano con una luminosa malinconia che

invita alla delicatezza: è la voce che sussurra “non temere”, associata, simbolicamente, alla parte

più fragile e umana. Gli archi entrano come un soffio che allarga lo spazio, portando con sé un’aria

di futuro e un movimento che tende verso l’alto.

Il riferimento a Battiato, se c’è, nasce spontaneamente: da lui ho ereditato non tanto uno stile

quanto un’attitudine alla trascendenza, a lasciare che la musica apra varchi …

3. “Profonde altezze” e “Il pensatore” condividono una base simile, ma nel secondo gli archi

diventano quasi ritmici. Quando decidi che gli archi devono sostenere e quando devono

spingere?

La scelta nasce sempre in funzione al testo. “Profonde altezze” è un brano che vive di sospensione:

un invito a restare nel presente (senza cercare di possederlo) e ad aprirsi alla vita senza paura: è

un cammino di fiducia, di spazio e di respiro. E per questa ragione gli archi sostengono il

messaggio: sono come un vento che mantiene il cielo limpido e aperto … una presenza che non

sospinge deliberatamente verso direzioni precise ma accompagna con dolcezza l’ascoltatore nella

vastità e nel mistero.

“Il pensatore”, invece, è un testo pregno di vigilanza interiore e canta della coscienza che si

modella attraverso la costanza, il fluire e la battaglia sottile. In questo contesto gli archi non

possono essere statici: portano il movimento e incarnano quella “attrazione e pulsazione” di cui

parla il testo.

Certo, spingono perché il brano stesso spinge: è un invito a svegliarsi, a non cadere nella

ripetizione meccanica orizzontale e a salire sulle “ali di luce”.


4. In “Il portatore d’acqua” gli archi diventano cinematici e la voce si fa più tenue del solito.

Come hai bilanciato narrazione vocale e paesaggio orchestrale?

Nel “Portatore d’acqua” la voce non può imporsi: deve scendere, farsi morbida, quasi impalpabile.

Il testo, infatti, invita chi ascolta a portare il respiro “proprio lì, dove fa male”, riferendosi alle

emozioni più dolorose che possono trovare guarigione solo elevandosi al cuore che si occuperà

della loro purificazione. Questa dinamica richiede una voce che non domini, ma che guidi con

discrezione ed estrema delicatezza il processo. Gli archi, invece, diventano cinematici perché

rappresentano il paesaggio della discesa negli strati più oscuri (incontro con Ade), il movimento

ascensionale delle acque (innalzamento sulle vette), e la contemplazione silenziosa del Giardino

dello Spirito. La loro ampiezza orchestrale dà forma a quel mirabolante viaggio terreno che

diventa anche iniziatico.

Il bilanciamento nasce dalla voce che guida e dagli archi che si fanno campo ricettivo e risonante: il

mantra tibetano “Om mani padme hum” associato al Buddha della compassione (simbolo delle più

nobili emozioni umane) trova accoglienza nel tappeto di archi che mostra quel sacro sentiero di

“sottili bellezze” fruibili a pochi!

Mentre la mia voce si muove con umiltà e discrezione, l’orchestrazione plasma il mondo in cui essa

risuona: l’acqua parla e il paesaggio risponde.

5. “Causa sui” parte come un brano quasi pop e poi vira subito in qualcosa di etereo. Ti piace

sovvertire l’aspettativa dell’ascoltatore?

In “Causa sui” il cambio improvviso non è un effetto stilistico ma la coerente traduzione sonora del

testo. Il brano parla di sovrapposizione di stati, di onde di probabilità, di dimensioni che cambiano

a seconda dello sguardo dell’osservatore. All’inizio la musica assume una veste quasi pop perché

rappresenta il “punto intermedio”, lo stato riconoscibile, quello in cui l’ascoltatore si sente a casa.

Ma appena il testo si apre alla fisica quantistica, all’indeterminazione, alla danza delle infinite

possibilità, la musica non può rimanere ferma: anch’essa deve collassare in un’altra forma.

Non si tratta quindi di sorprendere l’ascoltatore, ma di invitarlo a percepire ciò che lo stesso testo

afferma: che la realtà non è solida, che la percezione condiziona tutto e che ogni scelta ne esclude

altre mille. La musica diventa una piccola esperienza di indeterminazione, un modo per far sentire

sulla pelle ciò che le parole raccontano!

6. Ne “L’Arte” il tempo sembra quello di un Andante moderato. Qual è il tuo rapporto con i

tempi “classici” all’interno di una scrittura moderna?

Per me i tempi “classici” non sono regole da rispettare, ma archetipi da evocare, quando

necessario. Un Andante moderato, come quello che attraversa “L’Arte”, è simbolo di un

atteggiamento interiore, un passo che avanza senza fretta, che osserva, che respira, e permette

alla parola di far sedimentare il suo significato. In un’epoca musicale spesso compressa, frenetica o

iper-produttiva, quel tempo sospeso diventa quasi un atto di resistenza.

Usare tempi classici dentro una scrittura moderna mi permette di creare continuità tra passato e

presente, e il mio intento è quello di provare a restituire alla vera Arte il suo incalcolabile valore,


che si esprime quando è frutto dell’ispirazione e del vero servizio umano che si offre

generosamente per portare al mondo la Bellezza rapita dai piani superiori di coscienza.

7. “Moto ritmico del fuoco” presenta archi minacciosi. Come hai ottenuto quella tensione?

C’è stato un riferimento preciso?

La tensione nasce dal testo stesso, che parla di amore e desiderio, di centro e periferia che si

uniscono, della spada che deve essere battuta, lavorata e stressata per essere forgiata nel Fuoco.

Gli archi diventano lo specchio fedele di quel fuoco: minacciosi e pulsanti, scandiscono il ritmo

della trasformazione, come le fiamme che plasmano il metallo (e la coscienza cristallizzata).

Non ho cercato un riferimento preciso a compositori esterni, ma ho lasciato che la musica

nascesse in risonanza con le immagini del testo: ogni movimento orchestrale è nato dalla necessità

di rendere sonora quella tensione, quell’energia viva che non vuole essere aggressiva ma potente

e trasformatrice.

Gli archi minacciosi sono quindi l’espressione del fuoco interiore che brucia, plasma e trasforma,

laddove paura e meraviglia coesistono.

8. “Un’informazione” inizia con piano e archi distanti, poi piano e voce: è come un’eco che

diventa confessione. Come costruisci questi cambi di profondità?

Anche nel brano “Un’informazione” la costruzione della profondità segue il percorso dei contenuti

offerti dal testo. All’inizio, gli archi distanti e sospesi creano uno spazio ampio, quasi cosmico, che

lascia respirare il silenzio e l’attesa: è il momento in cui “niente sembra accadere, eppure ogni cosa

accade”. È un’eco che riflette la percezione limitata dell’io rispetto all’infinta vastità del Fuoco del

Cuore; gli strumenti seguono il ritmo del testo: i momenti di sospensione lasciano spazio

all’ascolto, quelli di intensità sostengono la rivelazione, fino a trasformare ogni muro che crolla in

un “viale di Luce”.

In sostanza, ogni cambiamento orchestrale è un riflesso del cammino interiore che il brano vuole

narrare.

9. “Audacia” è uno dei brani più solari vocalmente, mentre gli archi oscillano tra largo e

andante. Come hai lavorato sull’equilibrio tra luce vocale e sospensione orchestrale?

In “Audacia” volevo che la voce fosse il fulcro luminoso, il sole che guida il cammino laddove gli

archi creano uno spazio sospeso, capace di accogliere quella luce senza opprimerla.

Gli archi oscillano tra largo e andante per dare respiro e profondità: a volte sospendono il tempo,

come per lasciare che l’audacia possa emergere dall’intimità; altre volte sostengono con

delicatezza l’istante, quasi accarezzando la voce.

L’equilibrio nasce dalla tensione tra movimento e sospensione: mentre la voce guida, gli archi

contengono, e insieme tracciano quel sentiero di coraggio, apertura e meraviglia di cui il brano

innalza le lodi.


10. “Gli occhi di mio padre” parte con un piano alla Satie e poi aggiunge archi molto delicati.

Come hai deciso quando farli entrare?

Il pianoforte apre il brano creando uno spazio intimo che permetta al ricordo di riaffiorare in

perfetto accordo con la mente e il cuore: le sue note simboleggiano i primi passi compiuti dentro

gli occhi di mio padre … un ingresso silenzioso che mi ha condotto in quel deserto interiore dove

ho potuto intuire il significato simbolico delle pupille quali portali che conducono verso altri

mondi. Lasciare il piano da solo all’inizio significava rispettare quel varco, ascoltare il respiro

dell’abisso prima di riempirlo di suono.

Gli archi entrano solo quando la visione si apre, quando lo sguardo comincia a salire la “scala della

luce” evocata dal testo: sono come un’onda che accompagna i piccoli pesci mentre nuotano nel

mare delle lacrime, o come il primo bagliore che illumina un mondo nascosto.

Il loro arrivo non si riduce ad una semplice questione tecnica ma è un atto di vero e sacro ascolto.

Quando la coscienza contatta le profondità dell’Essere e quando l’Amore vuole esprimersi per

mezzo della musica, allora gli archi si sollevano, lievi, quasi timidi, per sostenere ciò che il solo

pianoforte non può più contenere.

Così il brano si apre gradualmente, come l’intensità dello sguardo descritto che cela in sé tutto il

mistero delle relazioni umane che caratterizzano questa esistenza.

11. “Filia filii tui” usa harmonium, voce narrata e un piano stridente sotto. Come sei arrivato a

questa scelta così particolare?

Il brano nasce come un passaggio tra diversi piani esistenziali: il risveglio porta ancora con sé

l’impronta della ninna nanna che ha permesso alla coscienza di passare dal mondo astrale a quello

fisico. L’harmonium utilizzato crea un melodioso suono antico che sostiene il mantra presente nel

testo “Hari Om Tat Sat, Om Namah Shivaya Gurave” (che significa “mi inchino al principio

supremo, il maestro interiore, che assume la forma di realtà, coscienza e beatitudine) creando quel

tappeto sacro in cui la coscienza può maturare come “una torcia che brucia, anche solo per un

istante”.

La voce narrata, invece, è il filo che unisce simbolicamente il principio femminile e la sua creatura,

in quel misterioso gesto di “prestarsi gli occhi a vicenda” per imparare a vedere meglio.

L’idea sarebbe quella di guidare, accompagnare e sussurrare dolcemente all’ascoltatore un

insegnamento profondo e sottile che non vuole imporsi.

Il piano stridente sottostante è la frizione necessaria: rappresenta il turbamento, il momento in cui

“mi scopro, mi penso, mi turbo”: l’attrito dell’ego che si incrina mentre il Sé si espande proprio

grazie alla tensione percepita tra luce e ombra, tra la notte oscura dell’anima e l’esplosione della

Luce.

Ho scelto questa combinazione proprio per raccontare quel triplice movimento: il sacro sostiene

(l’harmonium), la coscienza parla (la voce), e l’ego che deve essere purificato percepisce l’attrito (il

piano). Nasce così, un piccolo e sorprendente rituale squisitamente femminile: un invito ad

accogliere, ascoltare e stare, affinché la Forza (quella vera, interiore e profonda) possa essere

percepita e seguita in totale affidamento.


12. In generale, quando componi, parti più spesso da un’immagine, da un accordo o da un

ritmo?

Per me la composizione nasce quasi sempre da un’immagine interiore: una consapevolezza che

affiora come un lampo o un simbolo. È come se il brano esistesse già in potenza e io dovessi

occuparmi semplicemente di tradurlo armoniosamente in musica e parole.

Da lì arrivano gli accordi, che sono il colore dell’immagine, e poi il ritmo, che è il suo respiro; ma il

primo movimento è quasi sempre visivo: un anello di luna, una scala di luce, una stella che guida,

un fuoco che pulsa …

La musica è il modo in cui quelle immagini prendono corpo e diventano vibrazione ed io, in realtà,

mi limito ad ascoltarle mentre si rivelano! Umanamente ho ben pochi meriti …

13. La tua scrittura sembra molto legata al gesto, più che alla forma. Quanto c’è di istintivo e

quanto di architettato in questi arrangiamenti?

La mia scrittura nasce sempre da un movimento interiore, un impulso che arriva prima della

struttura e in quell’attimo, credo si esprima la magia della “pura ispirazione”: il momento in cui il

suono e le parole si offrono generosamente a me senza che io lo cerchi.

Ma una volta colto quel primo fuoco, inizia il lavoro di architettura: capire come sostenere il

messaggio, come esprimerlo, come dargli lo spazio e giusta direzione. I miei arrangiamenti sono un

equilibrio tra queste due forze: l’intuizione pura che accende, e la costruzione consapevole che

custodisce la scintilla senza soffocarla o alterarla vibrazionalmente.

In fondo è proprio come accade nei delicati processi della vita interiore: il lampo arriva dall’alto,

ma la forma e le relative connessioni logiche vanno intessute con pazienza, rispetto e ascolto.

13. Hai un momento preferito, in tutto il disco, in cui senti di aver raggiunto esattamente la

forma sonora che cercavi?

In realtà non ho mai cercato una forma sonora precisa: non creo musica per arrivare a un modello

prestabilito, ma per seguire un’intuizione e lasciare che trovi il campo giusto in cui esprimersi.

Ogni brano mi ha sorpreso in modi diversi, proprio perché assistevo come spettatore traboccante

di gratitudine, in attento e rispettoso ascolto, ciò che stava per emergere.

E per me, è stata davvero una meravigliosa esperienza portare nel panorama musicale di

quest’epoca “Via Ignis”, perché scardina completamente il modo in cui oggi si crede (quasi sempre

illusoriamente) di fare musica. Ma questa è un’altra storia …

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